Napoli muore, la sinistra è latitante

Egidio Sterpa

Dieci anni fa, nel marzo 1996, per il Giornale rivisitai la Questione meridionale. Ne vennero quattro o cinque pagine, se ben ricordo, che a rileggerle oggi ci sarebbe solo da aggiornare date e verbi. Nulla è cambiato, purtroppo, da allora. In effetti, da qualche decennio il Sud è fermo.
Ma parliamo di Napoli, che oggi è nell’occhio del ciclone. Allora ne era sindaco Bassolino e circolava sulla stampa la voce molto accreditata, che fosse in atto un «rinascimento» della città. Era uscito addirittura un libretto dal titolo «Rinascimento napoletano». Si pensò, insomma, che fosse iniziata una fase nuova nel «paradiso abitato da diavoli», come Croce aveva definito la città, che era cioè in elaborazione e in atto addirittura una nuova cultura politica.
Con alle spalle qualche libro pubblicato sull’argomento, una certa esperienza meridionalistica fatta sul campo come inviato di grandi giornali, dapprima mi recai alla Svimez a Roma, dove ebbi un lungo e interessante colloquio con Salvatore Cafiero, che della problematica meridionalistica era un profondo conoscitore, poi scesi a Napoli, dove incontrai intellettuali e imprenditori, tra i quali brillanti intelligenze come Giuseppe Galasso e Enzo Giustino. Dico la verità, guardavo all’esperimento Bassolino senza prevenzioni. Chissà, mi dicevo, qualcosa di buono potrebbe venirne, che importa il colore della cravatta del nuovo sindaco?
Una prima delusione mi venne quando, alla stazione, presi un taxi e dissi all’autista di portarmi al mio albergo in via Partenope. Per arrivarci ci vollero più di quaranta minuti, dentro un traffico infernale, scendendo per corso Umberto, piazza Municipio, il tunnel dopo molo Beverello, tra strombettamenti, frenate, scambi di epiteti tra automobilisti, motociclisti, pedoni. Fu però un’occasione di conversazione col tassista, che come i suoi colleghi di tutto il mondo mi fornì informazioni preziose sulla vita nella sua città. Gli dissi: «A parte questo traffico infernale, mi pare che a Napoli qualcosa stia cambiando». A un semaforo si volse verso di me col viso colmo di ironia e rispose: «Signò, voi leggete i giornali, io a Napoli ci vivo, la giro, parlo con la gente. Cambiamenti non se ne vedono proprio». Lascio perdere il resto del resoconto.
Sono passati dieci anni, Bassolino è al vertice in Campania da tredici anni, sette in comune, sei in Regione. C’è chi l’ha definito «vicerè». In comune da sei anni c’è Rosa Russo Iervolino, ch’è al secondo mandato. Per carità, non voglio metterli sul banco degli imputati, ben consapevole che i mali di realtà come Napoli, porta d’ingresso di quella più vasta realtà che si chiama Mezzogiorno, non si risolvono in due o tre lustri, perché sono centenari. E però, come si fa a non attribuire qualche responsabilità a chi è andato al potere mettendo sotto accusa piuttosto duramente le precedenti classi dirigenti, esibendo impegni con sufficienza e anche un po’ di arroganza? Dov’è il promesso «rinascimento»?
È un fatto che gli stessi intellettuali che avevano ideato quello slogan per la nuova sinistra bassoliniana gridano al fallimento. Lo si sussurra, e neppure a voce bassa, nello stesso partito di Bassolino. C’è chi dice: almeno c’avessero messo il punto interrogativo al titolo di quel libretto sul «Rinascimento napoletano».
Sia come sia, questa è la realtà napoletana. Addirittura peggiorata. Lo dicono i fatti, i dati ufficiali, le autorità, i cittadini scoraggiati e anche infuriati. La prova maggiore viene dal fatto che c’è chi vorrebbe che l’ordine pubblico fosse affidato ai soldati, e che il cauto e razionalissimo Amato vi spedisse un migliaio di nuovi poliziotti. Ma sì, non stiamo a sottilizzare, a Napoli ci sono problemi seri che, è vero, vengono da lontano, ma che in questi anni si sono vieppiù sclerotizzati: una microcriminalità diffusa, sulla quale se ne sovrappone una più pericolosa, la camorra, fino a costituire un vero blocco sociale. Basti dire che ci sono interi quartieri off limits per le forze di polizia. La disoccupazione, causata anche dalla deindustrializzazione della città, ha fatto sì che la camorra acquisisse quasi un ruolo sociale. È una città dove si alternano tragedia, dramma, contrabbando, furti, rapine, sparatorie, col coinvolgimento di centinaia di giovani. No, certo, Napoli non è Kabul, come è stato detto da chi ama la città. Ma non è, insomma, neppure il Paradiso.
Non ho spazio per fare un’analisi più allargata e documentata della realtà napoletana, perciò mi rifaccio a quella, intelligente, coraggiosa e ficcante, di Salvatore Scarpino apparsa sabato scorso sul Giornale. È un’esegesi storica, politica e sociale, esemplare, che segnalo al ministro Amato innanzitutto, al quale è toccata ora questa patata bollente. Evitiamo retorica e demagogia, restiamo con i piedi per terra, affrontiamo la realtà soprattutto con serietà.