A Napoli non servono guappi

Domando agli italiani se è mai possibile che una città dalle grandi tradizioni culturali come Napoli, possa essere rappresentata da un governatore (Bassolino) e un sindaco (Rosa Russo Iervolino) che in occasione della morte di un cantante che in teatro ha celebrato l'etica della guapparia, hanno rispettivamente dichiarato: «È stato un grande punto di riferimento, un grande simbolo per Napoli e il Mezzogiorno». «Era un prepotente buono. Dobbiamo recuperare la guapparia nella misura in cui è orgoglio».
A chi non è napoletano, vorrei spiegare in breve che cos'è la sceneggiata (di cui Merola era considerato il «re») e chi era il guappo.
Alla voce sceneggiata, lo Zingarelli recita: «Genere teatrale napoletano, nato sul finire dell'Ottocento, che si compone di un esile dialogo intervallato da canzoni, e che culmina in una canzone di successo che dà il titolo all'intero spettacolo». A dirla così, non è che si capisca tanto. Anche dai successi discografici di Gianni Morandi - per fare un esempio - si traevano film, col titolo della canzone (Non son degno di te, In ginocchio da te ecc.) ma la sceneggiata è ben altro. La sceneggiata è la melodrammatica rappresentazione del conflitto Bene-Male, dove i rispettivi «rappresentanti» si fronteggiano usando le stesse armi e gli stessi modi. Se guappo è il cattivo ('o malamente) guappo è il buono (isso, lui); se coltelli e pistole sono brandite dal prepotente, coltelli e pistole sono brandite dall'uomo giusto; se sfrontati e arroganti sono gli atteggiamenti del camorrista, sfrontati e arroganti sono gli atteggiamenti dell'uomo onesto. Al figlio avvocato che s'è scordata la mamma, per fare la bella vita, il padre zappatore impone di inginocchiarsi e baciargli la mano («Addènucchiate! E vàsame sti mmane!» Inginòcchiati, e baciami queste mani!), come fosse un padrino.
Nella sceneggiata, inoltre, l'intreccio tra realtà e finzione è così stretto da coinvolgere emotivamente gli spettatori, che in qualche caso vengono alle vie di fatto, sostenendo le diverse cause. Anni fa dovettero correre i carabinieri per separare due spettatori che avevano messo mano ai coltelli; una volta, un attore che aveva interpretato (fin troppo) bene la parte del prepotente, rimase chiuso ore nel camerino del teatro, assediato dalla folla inferocita che voleva menarlo.
È cultura, questa? Eppure proprio l'assessore alla cultura Nicola Oddati ha definito Mario Merola (pace all'anima sua, s'intende) «un ambasciatore positivo della migliore (migliore, capito? - nda) tradizione popolare napoletana». Ma il sindaco ha detto di più, e di più grave: il sindaco di una città dove si muore ammazzati tutti i giorni, ha dichiarato che «Merola scompare in un momento in cui Napoli avrebbe avuto più che mai bisogno di lui». Cioè Napoli avrebbe avuto più che mai bisogno di uno che parlava il linguaggio della pistola nel mentre a decine cadono sotto i colpi delle pistole camorriste. Questo è veramente incredibile!
Come può, Napoli, aver bisogno di uno che interpretava il ruolo di «guappo buono», quando guappi buoni non esistono? Lo sa, la Iervolino, chi era il guappo? Certo che lo sa, e allora come può far uscire dalle labbra simili affermazioni? Il guappo era uno che nel proprio quartiere s'era sostituito allo Stato e alla Legge; uno davanti al quale se non ti toglievi il cappello, rischiavi (nel migliore dei casi) una paccariàta (scarica di ceffoni). Come può il governatore di una città nobilissima (come la definì Croce) sostenere che Merola «ha saputo interpretare la parte più popolare della città, che è poi la parte più bella», quando Merola, con certe sue «uscite» ha interpretato solo se stesso, non certo il popolo di Napoli: «L'uomo può sbagliare, si può prendere una sbandata (...) la donna no. Se sbaglia una donna (...) ha solo due scelte: o se ne va o vene accìsa (uccisa) o perlomeno sfriggiàta (sfregiata)».
Ma Napoli, chi la governa, funzionari di Stato o talebani?