Napoli, la nuova Gomorra dove lo Stato perde sempre

Marcello D’Orta

Due anni fa presentai un mio libro nell’affollata sala di un circolo culturale. Il pubblico era composto non solo di insegnanti, studenti e semplici curiosi, anche da numerosi membri delle due famiglie camorriste rivali. La località era Casal di Principe (Caserta) o Quindici (Nola), non ricordo, ma poco importa, ché entrambe, dal punto di vista delinquenziale, si somigliano, rappresentando, per così dire, le Chicago campane. Spiazzando gli organizzatori dell’incontro (che si aspettavano letture amene), e facendoli sudar freddo (me lo confessarono a conferenza terminata), tuonai contro la camorra, affermando che si trattava della principale responsabile dei mali di Napoli, e augurando ai malviventi una fine napoleonica: essere prelevati in blocco e confinati all’isola di sant’Elena, da dove non ci avrebbero più rotto le scatole (ché, proprio dai tempi di Napoleone, o poco più in là, le rompevano).
Terminai con le parole che il professor Bellavista (alias Luciano De Crescenzo) rivolge a un boss che pretende il pizzo da un commerciante di articoli religiosi: «Potrei farvi una domanda personale?» - Dite pure - «Ma siete nato a Napoli?» - Sì, perché? - «A Napoli-Napoli o in provincia?» - No, Napoli centro, sono nato ’ncoppa ai Quartieri... - «Da genitori stranieri?» - No, da genitori napoletani. Ma perché mi state facendo questo interrogatorio? - «Perché mi sembra strano che un napoletano, un uomo d’amore, possa essere così spietato verso un’altra persona da minacciarla di morte solo per motivi di denaro (...) Siete napoletani e ammazzate Napoli; eh già, perché ci stanno i commercianti che falliscono, le industrie che chiudono, i ragazzi che sono costretti a emigrare... Ah, poi volevo dire un’altra cosa: ma, tutto sommato, non è che fate ’na vita ’e merda? perché penso io, Gesù, sì, fate pure i miliardi, guadagnate, però, vi ammazzate fra di voi, e poi anche quando non vi ammazzate fra di voi ci sono le vendette trasversali, vi ammazzano le mamme, le sorelle, i figli... Ma vi siete fatto bene i conti? Vi conviene?».
Alla fine della serata, molti vennero a congratularsi per il mio coraggio, altri mi dissero, arrabbiatissimi (per lo spavento provato, suppongo) ch’ero stato un pazzo, un aspirante suicida, ma il paradosso si ebbe quando le figlie, le sorelle, le fidanzate degli «uomini d’onore», si avvicinarono per chiedermi l’autografo.
Perché, a differenza di Roberto Saviano, lo scrittore autore del best seller Gomorra, non ho mai ricevuto intimidazioni o minacce di morte, e non cammino con la scorta? Perché un conto è parlare della camorra (pur davanti a camorristi) come fenomeno sociale, un altro fare nome e cognome, sfidare i boss sul loro terreno, nei loro feudi. Le parole pronunciate da Saviano («Iovine, Schiavone, Zagaria, non valete nulla») sono state un atto di sfida a chi esercita il potere mafioso su un paese, e un appello alla popolazione a ribellarsi. L’ipotesi avanzata da qualcuno, che dietro a tutto questo vi sia una sapiente (e cinica) strategia editoriale, è semplicemente ridicola. Saviano è un uomo coraggioso, che rischia la pelle come la rischia don Luigi Merola, parroco di Forcella. Per questi eroi del nostro tempo, va bene la scorta; meglio andrebbe, per tutti, uno Stato più forte. Ma provate a passare (sempre che la monnezza ve lo permetta) per la strada dove mesi fa hanno ammazzato un edicolante: deserta e paurosa era al momento dell’omicidio, e deserta e paurosa è adesso, nonostante le promesse di una maggiore vigilanza da parte della polizia. L’edicola, il pomeriggio, non apre più, ed è come se la vedova del giornalaio pagasse un pizzo. Il Comune le ha regalato 5.000 euro. Che cosa si chiede di più?
mardorta@libero.it