Napoli, il regime di Bassolino sta per crollare

Marcello D’Orta

D’ora in poi, se incontro un napoletano che si lamenta di come vanno le cose in città, gli do un cazzotto in testa.
Prima glielo do, poi gli domando per chi ha votato. Se mi risponde (suppongo con un filo di voce): «Per la sinistra...», gliene affibbio un altro; se mi risponde: «Per la Casa delle libertà...», lo porto a medicare, gli domando scusa e gli offro un caffè con panna.
Perché, signori, giudicate voi. Le nostre strade sono scassate, l’immondizia si eleva come l’Empire State Building (compreso King Kong sull’antenna), le periferie sono degradate, il traffico è da incubo, gli ospedali sono sovraffollati (così come le carceri), l’evasione scolastica è fortissima, il lavoro nero recluta migliaia di bambini, la disoccupazione giovanile è la più alta d’Italia, i turisti sono scippati e malmenati. Non funziona praticamente niente, tranne la camorra, in difesa della quale si armano interi quartieri. La gente si lamenta, ma poi che fa? Quando le viene offerta la possibilità di dare un calcio nel sedere a chi (in buona parte) è responsabile di tale sfascio, gli ridà fiducia, spolvera il trono e con un inchino esclama: «Eccellenza, segga, La prego. Si metta comodo. Come al solito».
Anche se la vittoria della sinistra è stata striminzita (dalle mie parti come nel resto d’Italia) mi domando com’è possibile che la maggioranza dei miei concittadini abbia votato una coalizione che ha fatto solo o soprattutto danni. Questo per me rimane un mistero. La Regione Campania, nel 2004, ha fatto registrare un debito di oltre 21 miliardi di euro; spese folli, come quelle del governatore Bassolino, che volle un corso per aspiranti Veline, costato un milione. Altre spese pazze sono state fatte per abbellire il metrò collinare e le piazze: ma poi, s’è davvero trattato di abbellimenti, o, al contrario, di brutture e di obbrobri d’arte?
Allora perché la gente si ostina a votare sempre nella stessa direzione? Quando nel Seicento gli spagnoli misero una tassa sulla farina, avemmo il coraggio di ribellarci (rivolta di Masaniello); quando i tedeschi passarono per le armi inermi cittadini, la città rispose con le Quattro Giornate. E perché da dodici anni subiamo quella che a conti fatti è una dittatura comunista? L’ho detto, in parte è un mistero, in parte no. Nel suo decennio di governo, Bassolino ha finito col somigliare a Giulio Cesare, accentrando tutti i poteri, anche grazie a una inesistente opposizione, ha distribuito posti di lavoro alla sua gente («Gestisce da boss, distribuisce pani e pesci», ha detto di lui lo storico Piero Craveri, nipote di Benedetto Croce) che al momento opportuno, evidentemente, gli ricambiano il favore. E poi per chi credete che votino le prostitute, i camorristi, i contrabbandieri, le migliaia di vigili urbani imboscati, i posteggiatori abusivi e quanti - a decine di migliaia - vivono nell’illegalità? I napoletani onesti ci sono - ha scritto Giorgio Bocca - ma le tossine della corruzione che respirano con l’aria sono più forti degli anticorpi.
Tuttavia, il calo di consensi rispetto alle regionali, fa sperare in un prossimo miracolo. Bassolino e Iervolino brindano alla vittoria stappando bottiglie di spumante e sorridendo, ma a me fanno l’impressione di Gwynplaine, il personaggio dell’Uomo che ride di Victor Hugo, la cui bocca era stata allargata fin quasi alle orecchie, così da dare l’impressione di una perpetua risata. Gwinplaine aveva la morte nel cuore, eppure si mostrava sorridente. Mise fine al suo dramma togliendosi la vita.
Al sindaco e al governatore non auguro una dipartita violenta, e anzi spero che campino cent’anni, perché è Pasqua. Mi basta che tolgano il disturbo. Il disturbo politico, non esistenziale. E prima lo faranno meglio sarà per tutti.
mardorta@libero.it