Napoli, il rinascimento di Bassolino è morto

Gli industriali: «L’emergenza è ormai la norma». Il filosofo Masullo: «C’è una demoralizzazione totale»

Guido Mattioni

Altro che sciogliersi. Gela, piuttosto, il sangue del povero San Gennaro. Perché la Napoli che vede, la «sua» Napoli, sta ormai all’Italia come l’Africa al Mondo: saldamente ultima, continua a fare soltanto passi indietro, verso un buio precipizio che però finge di non vedere. Di più, di peggio: alle antiche piaghe, che non accennano a rimarginarsi - camorra, disoccupazione, traffico caotico, degrado sociale e ambientale - se ne aggiungono di nuove. Su tutte, la microcriminalità minorile (quindi non perseguibile) che ogni sera sciama in città dai quartieri urbanisticamente e socialmente più “slabbrati” come Scampia, portando terrore, violenza, vandalismi.
«Napoli addio», ovvero «Viaggio nella città che non crede più nel futuro», titola e sottotitola non a caso in copertina l’ultimo numero dell’Espresso. Amaramente, si immagina, dato che il preteso quanto pretenzioso slogan di un «Rinascimento partenopeo», attribuito ai meriti della giunta comunale Bassolino, era stato per anni un cavallo di battaglia mediatico e propagandistico della sinistra. Ma se «’o Sindaco» una spolverata alla vetrina l’aveva pur data, i mali veri della città erano rimasti dietro (e sotto) la superficie. Peggiorando e incancrenendosi ulteriormente dopo il passaggio di testimone all’attuale prima cittadina, Rosa Russo Jervolino.
Aveva volenterosamente nominato anche un assessore alla Normalità, negli anni Novanta, Bassolino. Forse echeggiando (o scimmiottando?) in chiave locale quel concetto di «Paese Normale» cavalcato all’epoca dal suo capo-partito, Massimo D’Alema. Oggi che anche il raggiungimento della semplice normalità equivarrebbe già a una vittoria, quell’assessorato non esiste più. Anche perché non c’è purtroppo nulla di normale, a Napoli.
Non sono normali i 17mila nuclei familiari a reddito zero ammessi, parlando con l’Espresso, dalla stessa Jervolino. Che tuttavia, forse per non drammatizzare, si è limitata a definire questa «una situazione complessa». Così come non sono normali, sempre parlando di miseria, le 450mila famiglie sotto la soglia di povertà nell’intera regione (più che in Piemonte, Lombardia, Liguria e Triveneto assommati) dell’intera Regione.
Non sono normali nemmeno i raid quotidiani nelle rare zone rimaste «buone» della città da parte delle bande under 14, figlie di un tasso di abbandono delle scuole superiori di quasi 8mila studenti all’anno. Dopo aver devastato nei loro viaggi autobus e vetture del metrò, terrorizzandone i passeggeri, i baby intoccabili strappano telefonini od orologi dalle mani e dai polsi di cittadini e turisti. Convincendo i più riottosi a colpi di mazza in testa, come è capitato di recente a un austriaco ostinatosi a difendere il Rolex della moglie.
Non è normale neanche il sovraffollamento esplosivo, che in alcune zone arriva a 17mila abitanti per chilometro quadrato. Non è normale l’altra «città» di oltre 600mila anime sorta perlopiù in modo abusivo (a proposito di cose esplosive) sulle pendici di un’altra e purtroppo autentica bomba a orologeria, ovvero il Vesuvio.
Sono tutto meno che normali anche i monti di spazzatura che costellano e ammorbano la città. Non lo sono specie alla faccia degli 800 milioni di euro spesi per dotarsi di automezzi all’avanguardia, progettati per la raccolta differenziata. Il grosso è sempre rimasto in parcheggio, pochi mezzi hanno fatto un timido giro dell’isolato, alcuni sono addirittura spariti (sì, rubati, come i sommergibili Usa nel dopoguerra!). Il fatto è che mancano gli inceneritori dove bruciare le balle, che vengono quindi spedite in discarica (là dove è possibile senza scatenare guerre civili). Intanto, i 2.300 netturbini, regolarmente assunti a 25mila euro all’anno, aspettano a braccia conserte.
Infine, non ci si venga a dire che fosse normale la pressante pretesa del deputato Ds Giuseppe Petrella, buon amico di Bassolino, mirante a imporre al direttore generale dell’Asl napoletana, Pierluigi Cerato, l’assunzione di una persona senza titoli al posto di quella già decisa dal manager. Imposizione giustificata, perdipiù, con la correlata sopravvivenza di «un accordo politico per il rilancio della coalizione» (così, in una intercettazione telefonica). Convincendo sempre più Cesare Salvi della necessità di una commissione etica per far luce sulla questione morale a sinistra. E suggerendo a Bassolino lo «scarico» dell’ex «buon amico». Questa sì, forse, l’unica cosa normale.