A Napoli serve Darwin

Napoli non è solo una città perduta, come da qualche tempo giustamente dicono alcuni grandi giornali di sinistra. Napoli è una città da tempo tradita e lo è stata anche nell’ultima trasmissione di Michele Santoro Anno Zero. Il tradimento non è riferibile alle crude immagini trasmesse di una città che ha perso ogni speranza per l’abbandono della sua classe dirigente intesa nel senso più ampio della parola. Santoro ha tradito anche lui Napoli perché, dopo le immagini trasmesse, non ha voluto analizzare le cause di quanto aveva visto e di quanto ci aveva fatto vedere. Davvero i napoletani, da soli, possono battere criminalità e miseria, come tentava di spiegare malamente Santoro, senza avere una classe dirigente all’altezza della situazione? Santoro si è guardato bene dall’interrogarsi sul perché di questa drammatica assenza. È qui che scatta il tradimento intellettuale di Santoro. L’ex parlamentare europeo, peraltro eletto a Napoli, sa bene cos’è accaduto agli inizi degli anni ’90, quando i partiti sono stati indicati come covi del malaffare da spazzare subito via dalla scena politica. Fu l’inizio dell’uragano dell’antipolitica che ha tolto al Paese quei partiti di massa che in tutti gli Stati europei sono la condizione prima per una stabilità politica, sociale e di governo. La frantumazione partitica è sotto gli occhi di tutti (solo Forza Italia supera il 20 per cento) e in questo sfarinamento della politica la società italiana da tempo è guidata da un grumo di interessi che, nel corto circuito finanza-informazione, trova il suo riservato strumento di governo. Se questo è accaduto nel Paese, in quelle zone come Napoli e la sua provincia dove la società è stata da sempre più debole e più affannata, la scomparsa dei partiti ha prodotto due effetti devastanti. Da un lato ha lasciato i consiglieri comunali, provinciali e regionali senza una guida politica forte e democratica che solo i partiti potevano garantire e dall’altro ha innescato lo scellerato culto della personalità, concentrando in Bassolino poteri mai visti prima d’ora (insieme sindaco e ministro del Lavoro, governatore e commissario straordinario per una serie di obiettivi). Questo stato di cose da oltre tredici anni impedisce la selezione di una nuova classe dirigente, compito affidato in ogni Paese serio al sistema dei partiti che non conosce alternative democratiche. La loro scomparsa, inoltre, ha lasciato Napoli in balia dell’unica struttura organizzata sul territorio, la camorra, che ormai è presente in tutti i gangli della vita di Napoli e della sua provincia. Di quell’antipolitica che soffiò sul Paese come un uragano, Santoro ne fu autorevole protagonista. Quell’antipolitica tentò di travolgere anche Giorgio Napolitano, il più longevo uomo politico napoletano, consigliere comunale nei primi anni ’50, deputato dal 1958 e ministro dell’Interno nel governo Prodi (’96-’98). La pulizia etnica della politica in corso in quegli anni, infatti, tentò di aggredire l’attuale presidente della Repubblica ed altri personaggi autorevoli del suo partito nel silenzio complice di parte rilevante della sinistra italiana, come ho più volte scritto e documentato. Capitò a me di difendere con forza la verità e l’onorabilità degli avversari politici della Democrazia cristiana, senza farmi intimidire e senza cedere alle lusinghe che avrebbero ucciso l’idea alta che della politica ho sempre coltivato. Nella trasmissione su Napoli Santoro ha osservato un silenzio assordante sull’analisi politica che doveva essere il necessario corollario di quelle immagini trasmesse, dimenticando finanche, forse per un complesso freudiano, il ruolo importante di Giorgio Napolitano in quella città. Quella trasmissione si è invece conclusa con una carrellata di giustizialismo da parte di un giovane opinionista presente nello studio che ha coinvolto anche il sottoscritto, cui è stato addebitato un presunto episodio corruttivo per aver sollecitato vent’anni fa un amico imprenditore a versare un contributo al «Villaggio dei Ragazzi» dell’indimenticabile don Salvatore D’Angelo come ringraziamento per il mio primo intervento al cuore. La magistratura giudicante ha fatto piazza pulita di queste note di colore e di queste leggende metropolitane, negando, con sentenza passata in giudicato, ogni comportamento corruttivo mio e dei miei amici napoletani di cui ero e resto fiero per avere essi finanziato liberamente non solo la politica democratica, ma anche, all’occorrenza, comunità di tossicodipendenti o preti impegnati in prima linea nella lotta contro il degrado e la disperazione. Ecco perché Napoli, ancora una volta, è stata tradita. Nessuno ha trovato il coraggio, e men che meno Santoro, di dire che il futuro di Napoli non potrà che coincidere con il rilancio della politica, dei partiti e della loro capacità di selezionare darwinianamente una nuova classe dirigente. Diversamente, su Napoli calerà per sempre una pietra tombale accompagnata dai tragici stornelli dei cinici missionari dell’antipolitica.