Napoli sommersa dai rifiuti, bruciati i cassonetti

Sequestrata la discarica di Ariano Irpino che, secondo il governo, doveva risolvere l’emergenza

Carmine Spadafora

da Napoli

Non si capisce bene perché si ostinino a chiamarla ancora «emergenza rifiuti», visto e considerato che la «monnezza» a Napoli, ma spesso anche nel resto della Campania, fa parte stabilmente dell’arredo urbano. Al limite, nelle ultime settimane, le «aiuole» di spazzatura, come sono state definite dai napoletani - indignati e rassegnati - sono diventate più lunghe e più alte. Lunghe anche 20 metri e alte fino al primo piano degli edifici, e non è importante se ci si trovi al centro oppure in periferia. Insomma, quelle circa 2.500 tonnellate di «monnezza» non raccolte sono, più o meno, equamente divise tra il Vomero e il centro, tra la periferia e la collina di Posillipo, senza alcuna discriminazione tra i diversi ceti sociali. C’è aria di rivolta. A Napoli e provincia è cominciato il rogo dei cassonetti, il grande falò di scarti e rifiuti. I vigili del fuoco corrono ovunque. Sono arrivate centinaia e centinaia di telefonate di allarme: qui stanno bruciando tutto.
Ed è praticamente impossibile dire chi stia peggio tra la città guidata da Rosa Russo Jervolino, i comuni del Napoletano e quelli del resto della Campania, governata dall’ex commissario straordinario per l’emergenza rifiuti, Antonio Bassolino, presidente della Regione da due legislature. È il folle 2006 di Napoli: turisti assediati da scippatori e killer, napoletani circondati dalla spazzatura. E, mentre la Jervolino e Bassolino continuano a propagandare una città rinata e ad invitare il mondo intero a venire all’ombra del Vesuvio, il presidente del Consiglio regionale, Sandra Lonardo Mastella, è volata a New York per partecipare alle celebrazioni del «Columbus Day» con un codazzo di consiglieri dei partiti della maggioranza, ma anche con parte dell'opposizione, giornalisti per un totale di circa 150 persone, alla modica cifra di oltre 500mila euro.
Nella provincia è la zona Vesuviana ad avere più problemi di tutti. Emblematica appare la decisione di un parroco, don Onofrio Di Lauro, di chiudere al culto la sua parrocchia, di Sant’Antonio Abate, nella centralissima via Nazionale, a Torre del Greco. Due giorni fa, quando si è accorto che i rifiuti circondavano la sua chiesa, il sacerdote ha deciso di tenerla chiusa. Niente messe, niente confessioni: la spazzatura ha vinto anche sul culto. Ma a Torre del Greco non sono assediate dalla spazzatura solo le chiese: ad esempio, a via Montedoro, dove tra l’altro sorge l’ospedale Maresca, i cumuli sono molto lunghi e molto larghi.
Ma, forse, il record di questa vergogna infinita spetta a una popolosa cittadina del Salernitano, Sarno, 33mila abitanti. Sarno non è nota solo perché attraversata dall’omonimo fiume, ritenuto il più inquinato d’Europa, ma anche perché, il 5 maggio ’98 fu flagellata da un nubifragio che provocò la morte di 137 persone. Le emergenze, a Sarno, sono dunque tre: il fiume, il mai risolto problema del dissesto idrogeologico e quello dei rifiuti. Una strada del centro di questo martoriato paese, via Ingegno, fino a ieri era invasa da una fila di sacchetti larga un paio di metri e lunga circa 300. Il sindaco del paese, Amilcare Mancusi, mercoledì scorso ha ordinato la chiusura delle scuole. Situazione fotocopia un po’ in tutto il Napoletano e il Salernitano. Anche a Napoli dove, nelle ultime due notti, i compattatori sono tornati al lavoro. Ma accanto ai mezzi dell’Asìa (l’azienda incaricata per la raccolta dei rifiuti) sono apparse le pale meccaniche, senza le quali sarebbe stato impossibile rimuovere i cumuli. Per giorni, infatti, a «distruggere» una parte di quelle 2500 tonnellate di «monnezza» erano stati gruppi di cittadini convinti che, dando alle fiamme i cumuli, le strade sarebbero state bonificate. Se la situazione sta lentamente migliorando (si tratta ovviamente di un eufemismo) lo si deve all’apertura di un sito di stoccaggio nell’area dell’ex depuratore «Napoli est», a Ponticelli, periferia della città. Naturalmente una sola discarica non può bastare per ripulire Napoli e il resto della Campania: almeno un’altra mezza dozzina di siti, chiusi negli anni scorsi, verranno riaperti per togliere dalle strade almeno il grosso dei rifiuti accumulati in dieci giorni. Tutti tranne uno. È di ieri infatti la notizia che la discarica di «Difesa Grande», ad Ariano Irpino, è stata messa sotto sequestro dal giudice. Era una delle tre indicate da un decreto del governo per affrontare «l’emergenza rifiuti» in Campania.