Napoli spende 1,2 milioni e regala la casa ai no global

«L’Officina 99» è il ritrovo dei disobbedienti: lo stabile fu «espropriato» oltre 15 anni fa. Il proprietario costretto a cedere dopo un lungo braccio di ferro

Massimo Malpica

da Roma

Un milione e duecentomila euro. Nella Napoli della disoccupazione cronica, dell’emergenza abitativa, del centro storico degradato, delle periferie dimenticate, c’è comunque spazio per la finanza creativa. L’ultimo esempio il sindaco Rosa Russo Jervolino l’ha dato spendendo due miliardi e mezzo di vecchie lire per trasformare l’«Officina99» da Csoa a Csa. Non certo un dettaglio. Il celebre «ritrovo» dei Disobbedienti partenopei resterà un «Centro sociale autogestito». Ma non sarà più «occupato». Almeno non abusivamente.
Due giorni fa, infatti, il Comune di Napoli ha messo mano al portafogli per acquistare l’edificio nel quartiere Gianturco, nella periferia orientale, «abitato» gratuitamente ormai da una quindicina d’anni dagli antagonisti partenopei, guidati dal «no global» Francesco Caruso, quello che alla vigilia del G8 di Genova spedì al Viminale un proiettile, indirizzato provocatoriamente al ministro dell’Interno Scajola. Chissà se alla Jervolino, dopo il gentile pensiero del sindaco, manderà almeno una scatola di cioccolatini.
Il vecchio impianto, al momento dell’«esproprio proletario», era di proprietà di Maurizio Casanova, amministratore delegato della Sogecoim, una società immobiliare che dopo un estenuante e infruttuoso braccio di ferro con istituzioni cittadine e occupanti, alla fine ha alzato le braccia. E si è visto costretto a rinunciare alla proprietà, con una decisione che ha fatto felici gli occupanti di Officina 99 a spese dell’amministrazione comunale. Un milione e duecentomila euro, appunto, il prezzo pattuito. E ora? Sgomberi in vista? Ovviamente no. La «destinazione d’uso» del centro sociale non cambia, o quasi. L’acquisto voluto dal primo inquilino di Palazzo San Giacomo non è certo un gesto di rottura con Caruso & Co., che infatti hanno cantato vittoria. L’assessore al Patrimonio, Ferdinando Balzamo, si premura solo di piantare un singolo «paletto». E cioè che «la struttura venga utilizzata per attività di interesse generale e sia fruibile per tutti, come è giusto che sia trattandosi ormai di un edificio pubblico». Ma per i suoi okkupanti nessun timore: «Terremo certamente conto - prosegue conciliante - dell’importante esperienza maturata in questi anni, in particolare nella musica, dal gruppo di Officina 99».
A dare vera fama internazionale al centro sociale, infatti, più dei proiettili di Caruso, più delle intercettazioni disposte dalla procura di Cosenza sugli antagonisti-protagonisti del G8 ligure, più dei sit-in e delle conferenze stampa in occasione dell’arresto dei poliziotti per gli incidenti al G7 di Napoli, è la band che dall’Officina prende nome: i 99 Posse. Dagli esordi underground, «Zulu» (il leader Luca Persico) e i suoi ne hanno fatta di strada, collaborando con artisti internazionali e di fatto, pur restando politicamente schieratissimi, «sdoganando» il Csoa napoletano e legandolo alla loro fama musicale. Quella che adesso il Comune di Napoli sbandiera, sia con Balzamo che con il suo collega di giunta Raffaele Tecce, responsabile delle politiche sociali e giovanili, sottolineando proprio l’importanza «artistica» dell’Officina (fu) okkupata.
Non la pensano esattamente così i no global privi di talento musicale ma comunque animati dal sacro fuoco della lotta antagonista. Il curriculum culturale come lasciapassare per la regolarizzazione? Ma quando mai. «L’acquisto - spiegano in una nota i disobbedienti partenopei - è il risultato delle lotte che, in particolare in questo ultimo anno, abbiamo messo in campo contro lo sgombero di Officina 99 e per sottrarre lo stabile al tentativo di speculazione privata». E solo dopo aver rispolverato la propria patente di «duri e puri», pronti a tutto per difendere lo spazio da loro sottratto «al degrado e all’indifferenza per dar vita a esperienze “altre” rispetto alla logica dominante», i rampolli dell’antagonismo ammettono che aver cullato le arti ha avuto il suo peso: «Le numerosissime iniziative sociali e culturali che in questi anni hanno caratterizzato la nostra storia - spiegano ancora - ci hanno garantito un indiscutibile ruolo di avamposto culturale e di aggregazione giovanile e no, in uno dei quartieri più degradati di Napoli». Il tutto, ovviamente, «senza nulla svendere del nostro portato antagonista», ma semmai lasciando che altri comprassero. Perché sarà anche vero, come si legge sul loro sito web, che «Officina 99 in questi anni ha rappresentato un’esperienza di lotta per organizzare il nostro dissenso fuori e contro le istituzioni». Ma quando le istituzioni ti regalano casa...