Napoli, il Tribunale vuole in cella Cosentino

Arriva l’ordine di custodia cautelare in carcere per Cosentino,
candidato in pectore del Pdl alla Campania e numero 2 dell’Economia. Da
un anno si vocifera di pentiti che lo accusano di contatti con i
Casalesi. Ma la procura non l’ha mai voluto sentire

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Mandato d’arresto nel governo. Una richiesta di custodia cautelare in carcere per Nicola Cosentino, sottosegretario all’Economia e (almeno fino a ieri) candidato in pectore del Pdl per le prossime elezioni regionali in Campania, è partita da Napoli alla volta della giunta per le autorizzazioni a procedere di Montecitorio. Il provvedimento è stato firmato dal gip Raffaele Piccirillo, su richiesta dei pm napoletani Alessandro Milita e Giuseppe Narducci, che contesterebbero all’esponente dell’esecutivo il reato di concorso esterno in associazione camorristica, per presunti contatti con esponenti del clan dei Casalesi. La posizione del vice di Tremonti sarebbe stata stralciata da un fascicolo più ampio che riguardava almeno una decina di altri indagati e che avrebbe un’appendice «rosa». Un nuovo fronte di gossip giudiziario tra appuntamenti a luci rosse e politici di primo piano. Ma al momento l’unico nome eccellente finito sulla graticola è quello del sottosegretario campano.

La notizia, clamorosa, non è però un fulmine a ciel sereno. Non solo perché già un anno fa il settimanale l’Espresso aveva rivelato l’iscrizione nel registro degli indagati di Cosentino, tirato in ballo dalle dichiarazioni di una manciata di pentiti, ma anche per una «fuga di notizie» decisamente più recente. Voci di imminenti provvedimenti che avrebbero coinvolto il politico, «colpevole» anche perché originario della «famigerata» Casal di Principe (città d’origine del clan del boss «Sandokan» Schiavone: i casalesi da qui prendono il nome), circolavano a Napoli infatti già dalla fine della scorsa settimana. Ma gli ambienti vicini al sottosegretario, come anche alcuni dei suoi legali, non credevano che quelle voci sarebbero state confermate dai fatti. Già da un anno, infatti, i difensori di Cosentino avevano manifestato alla procura la piena disponibilità del politico, che è coordinatore del Pdl in Campania, a farsi interrogare o a rendere dichiarazioni spontanee per chiarire qualsiasi contestazione. Un invito ribadito anche ieri, ma che i magistrati hanno lasciato cadere nel vuoto. Non lo hanno mai voluto sentire, ora però lo vogliono dietro le sbarre.

Proprio ieri il vice di Tremonti aveva risposto alle insinuazioni sui rapporti con i clan in un’intervista all’edizione napoletana del Corriere del Mezzogiorno. E alla domanda sulle indiscrezioni rispetto a un imminente provvedimento giudiziario nei suoi confronti, Consentino aveva risposto lapidario: «Ho piena fiducia nei magistrati. Spero nella giustizia. Non nell’ingiustizia che si serve delle scadenze elettorali per sopprimere dirigenti politici. È questa una pratica che non mi appartiene: per cultura, credo e formazione».

Le accuse a Cosentino di essere «a disposizione» del clan dei casalesi vengono mosse, per la prima volta, il 21 ottobre dell’anno scorso. Cosentino sfoglia l’Espresso, trasecola, chiede immediatamente alla procura di essere chiamato a chiarire tutti i punti che lo riguardano e che, secondo il settimanale, sono oggetto d’indagine. La procura nicchia. Il 12 novembre il sottosegretario si muove autonomamente depositando in procura un memoriale con prove documentali che, a suo dire, certificherebbero la sua trasparenza. La procura nicchia ancora. Cosentino deposita allora istanze ulteriori ma dai magistrati riceve solo silenzi e rassicurazioni: «Allo stato non c’è bisogno di alcun interrogatorio», fanno sapere i pm. La vicenda giudiziaria di Cosentino, per quanto virtuale, diventa presto un ostacolo ingombrante (anche per il fuoco amico, ultimo Fini l’altro ieri) per la candidatura alla corsa di governatore.

Cosentino lamenta che nessuno gli abbia mai contestato un fatto preciso e circostanziato. Ha appreso dei sette pentiti che lo accusano dai giornali. Ha messo a disposizione il suo incarico politico, soprattutto in più occasioni ha sfidato i giudici a provare uno solo degli addebiti mossi dai collaboratori di giustizia. Ha denunciato un attacco che prima di essere giudiziario (da ieri) è stato mediatico (da un anno). Persino del treno carico di gpl che quest’estate ha seminato morte alla stazione di Viareggio si è sottolineata la destinazione: l’Aversana Petroli, azienda di famiglia in cui peraltro il sottosegretario Cosentino non ha interessi o partecipazioni. L’hanno fatto friggere per un anno, adesso è pronto per essere servito sulla tavola delle Regionali.