Permessi al babykiller, il presidente della Corte di Appello di Napoli: "Ordinamento impone la rieducazione"

Il presidente della Corte di Appello di Napoli in un'intervista a Radio Crc ha fatto chiarezza sui permessi concessi a uno dei babykiller del vigilantes ammazzato all'esterno della metropolitana a Piscinola

“Il 18enne non ha beneficiato di permessi premio ma di provvedimenti che si inseriscono in un percorso di risocializzazione”. È quanto ha chiarito il presidente della Corte di Appello di Napoli, Giuseppe De Carolis Di Prossedi, intervenendo a Radio Crc sulle uscite dal carcere concesse a uno dei giovani condannati in primo grado per l’omicidio di Francesco Della Corte, la guardia giurata uccisa a marzo 2018 all'esterno della metropolitana di Piscinola, a Napoli.

Dalla festa per il 18esimo compleanno al provino per entrare nella squadra di calcio, cinque permessi che hanno rappresentato un ulteriore ferita per i familiari della vittima e indignato l’opinione pubblica. “Quando si tratta di minori è previsto un percorso di risocializzazione: è chiaro che, di fronte a reati molto gravi, la tendenza dell'opinione pubblica sarebbe di mettere dentro l'imputato e buttare via la chiave, ma – ha affermato De Carolis - i principi dell'ordinamento prevedono che la pena abbia sempre la finalità rieducativa e in particolare quando sono minori l'onere per il carcere è ancora più importante".

Il presidente della Corte di Appello di Napoli, ha spiegato che "il direttore del carcere è tenuto a stabilire un programma di risocializzazione e riabilitazione per quantomeno tentare un percorso rieducativo, per avvicinare il minore a percorsi di legalità e socializzazione sana. Avvalendosi degli psicologi del carcere e del suo staff individua un percorso diverso per ogni singolo detenuto". E Il provvedimento di cui ha beneficiato il 18enne - ha precisato – “non è un permesso premio ma si inserisce in un percorso di risocializzazione passato per diversi step: prima l'avvicinamento al mondo del lavoro con la scuola di ceramica, poi al mondo dello sport che sappiamo quanto è importante per un giovane, sappiamo quanti giovani sono stati salvati dalla strada grazie alle palestre. L'occasione del carcere è cercare di riavvicinarli a un percorso sano di socializzazione, poi che ci si riesca o meno è una scommessa, ma il nostro ordinamento impone di provarci".

Da Carolis ha poi ricordato che il neo 18enne, detenuto nel carcere minorile di Airola, “è ancora in una fase cautelare, non sta scontando una pena. "La custodia cautelare - ha illustrato - ha lo stesso effetto della pena, è una detenzione, ma lo scopo è diverso. La custodia cautelare è preventiva e il tasso di sofferenza dovrebbe essere il minimo possibile per raggiungere lo scopo dell'impedire la fuga o che possano essere commessi altri reati. Capisco che mediaticamente sia molto difficile spiegare la differenza tra pena e custodia cautelare, ma anche questo mi preoccupa perché siamo entrati nell'ordine delle idee che la custodia cautelare sia una pena anticipata, cosa che non è vera. Sull'opportunità o meno del provvedimento non posso entrare, non posso sindacare provvedimenti presi da altri colleghi, ma è un lavoro non facile dove ogni decisione rischia di essere sbagliata. Massimo rispetto quindi per chi prende decisioni difficili che è facile non siano condivise",

In merito al dolore dei familiari, ha poi dichiarato: “Dal punto di vista dei familiari ogni pena sembrerebbe troppo poco di fronte a tali sofferenze, fossi nei loro panni mi sentirei così e immagino il loro disagio nel vedere quelle foto". "L'evento doveva restare privato – ha riferito - ed è stato reso pubblico da una scelta poco opportuna e poco intelligente, ma è gravissimo se il giovane ha incontrato anche non congiunti". "La richiesta del direttore del carcere e l'autorizzazione del giudice - ha spiegato de Carolis di Prossedi - prevedevano solo un incontro con i familiari per 4 ore con l'accompagnamento della scorta in una canonica messa a disposizione dal prete, doveva essere circoscritto a questo".

Alcune foto della festa sono state poi diffuse su Facebook da una familiare: "L'elemento social è sicuramente molto inquietante - ha aggiunto - perché rende qualsiasi evento privato di fatto pubblico. Immagino il disagio che hanno provato le vittime del reato a vedere una scena del genere. I social rendono tutto più complicato, anche se in questo caso, a quanto ho capito, le foto non sono state postate dall'imputato ma da una cugina che ha fatto una scelta poco opportuna, poco intelligente e anche non nell'interesse del giovane. Ha enfatizzato una situazione che doveva essere strettamente privata e che così ha assunto tutti altri aspetti".

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