Napolitano ai giudici: "Meno protagonismi"

Il Capo dello Stato parla alle toghe, davanti al neo Guardasigilli Alfano: &quot;<br />
La giustizia sia più efficiente. In questo Paese servono processi più rapidi&quot;

Roma - Siede alla destra di Giorgio Napolitano, Angelino Alfano, e lo ascolta bacchettare i magistrati. Al Quirinale, per il neoministro della Giustizia è il primo incontro ufficiale con il Csm al completo e il Capo dello Stato gli presenta le nuove leve della magistratura: 322 uditori giudiziari di tutt’Italia, età media 30 anni, reduci dell’ultimo concorso e impegnati fino al 2009 nel tirocinio. Ancora una volta la maggioranza è femminile (165) e nel Salone dei Corazzieri, tra tante giacche scure, spiccano tailleur beige, bianchi e rosa.

Lui, il giovane avvocato siciliano ora Guardasigilli, ascolta serio e attento i discorsi di Napolitano e del vicepresidente del Csm Nicola Mancino, che mettono a fuoco i problemi più scottanti della giustizia. Raccomandazioni ai neomagistrati ma anche a chi, da via Arenula, avrà la responsabilità di far funzionare il sistema.

Stretto in un completo grigio Alfano ringrazia con un cenno del capo il Capo dello Stato che gli fa gli auguri di buon lavoro, «certo che saprà affrontare gli urgenti problemi della giustizia con impegno assiduo e obiettivo, favorendo un clima di sereno confronto istituzionale e di fattiva collaborazione». Solo così, sottolinea Napolitano, si potrà «consolidare il rapporto di fiducia con i cittadini», oggi incrinato dall’eccessiva lungaggine dei processi che rappresenta «la più grave anomalia del nostro ordinamento» e ci espone alle censure dell’Ue. Il Presidente usa toni duri. Intervenuto già dopo il caso Pinatto, stigmatizza altri recenti episodi di ritardi nel deposito delle sentenze, che hanno portato a «clamorose scarcerazioni» di responsabili di «delitti odiosi». Fatti che «minano il prestigio della magistratura». Per evitarli ci vuole «tempestività e rigore nel controllo dei capi degli uffici». Ai nuovi magistrati Napolitano raccomanda di «non cedere ai protagonismi e alle esposizioni mediatiche» e non «travalicare i confini», perché i processi devono svolgersi con «serietà, dignità e riservatezza». Autonomia e indipendenza, di cui il Capo dello Stato è garante, si difendono con «serenità, impegno, laboriosità ed equilibrio».

Anche Mancino critica la lentezza dei processi, che non «soddisfa la domanda di giustizia». Le carenze di mezzi e personale non possono rappresentare un «comodo alibi» e anche per questo sono importanti le periodiche valutazioni di professionalità, introdotte dalla riforma della giustizia. Riforma che però ha dei limiti: impedire alle giovani toghe di avere subito funzioni monocratiche pone seri problemi organizzativi per coprire soprattutto i posti in sedi disagiate e Mancino si appella al ministro. Ma il pericolo più grave, sottolinea, è che il magistrato diventi «un burocrate della giustizia», che non ricordi che «dentro ai fascicoli ci sono uomini vivi».

I discorsi sono finiti, Alfano, Napolitano e Mancino si avvicinano alle prime file per salutare i vertici del Csm. Michele Saponara, laico di Fi, è uno dei pochi a conoscere il neo Guardasigilli e lo presenta ai colleghi. Alfano stringe mani e sorride, ma sa che la luna di miele durerà poco e che l’aspetta un impegno duro. Perché le cose devono cambiare.

«Mi sembra che ci dicano di essere magistrati diversi da quelli che spesso vediamo in tv», osserva Luigi, 35 anni, nuova leva arrivata da Milano. Valeria, 26 anni, di Caserta, si avvia ad uno dei 7 pullman blu che attendono sulla piazza del Quirinale. «Ho sentito tanti moniti per noi», commenta. «Quello di evitare il protagonismo mi ha colpito, perché vengo dalla città di De Magistris», dice il catanzarese Valerio, 28 anni. «Sarà una grande responsabilità, dovremo essere molto attenti», sospira emozionata Corinna, romana. A 25 anni è la più giovane del gruppo e già si preoccupa di aver detto troppo.