Napolitano in cattedra fa il giustizialista: «Altrove per gli scandali i deputati si dimettono»

RomaFolla dietro le transenne, applausi, bandiere, cartelli, grida: «Bravo presidente, continua così». Accolto a Firenze come una rockstar, Giorgio Napolitano si gode la popolarità e rivendica con orgoglio il suo ruolo di garanzia. «Faccio quello che posso e che devo fare secondo la Costituzione», spiega agli studenti che lo aspettano a Palazzo Vecchio. E tanto calore non può che fargli piacere: «Sento la responsabilità e la fiducia degli italiani di tutte le idee politiche e di tutte le condizioni sociali».
Un’Italia in campagna elettorale compie 150 anni. Il capo dello Stato ricorda l’anniversario, gli serve per lanciare il suo milionesimo invito alla moderazione e al confronto delle idee: «La nostra unità richiede pluralismo e sussidiarietà». Ma per il dialogo bisognerà aspettare la fine delle amministrative. Sul tappeto ci sono questioni serie. Il ruolo delle Camere, ad esempio: «Il Parlamento non è condannato a sparire né ad avere un ruolo povero e meschino». Certo, è un problema europeo, però il punto è che bisogna «riqualificare e rimotivare i Parlamenti nazionali», anche dal punto di vista etico. Napolitano ricorda «lo scandalo che ha fatto rumore in Gran Bretagna» e che «ha portato alle dimissioni pure lo speaker della Camera dei Comuni», accusato insieme ad altri di aver abusato di alcuni privilegi. «Da noi ci si può stupire per il clamore eccessivo, abbiamo una scala di giudizio un po’ diversa...».
A Londra «si sentivano demotivati» perché non avevano più i poteri di una volta: anche lì «c’è stata una devolution». Noi invece siamo alle porte del federalismo e il capo dello Stato spinge a soluzioni coraggiose: «Per andare verso un sistema delle autonomie che comprenda aspetti di federalismo, non ci si può limitare al campo fiscale. Occorre pure una Camera delle regioni per corresponsabilizzare gli amministratori locali sui problemi del bilancio pubblico». E poi «restano da misurare gli effetti sociali» dei decreti attuativi. Se sarà il caso, toccherà ricorrere ai «correttivi necessari». Si va verso il decentramento, però «ci sono funzioni che non possono essere frammentate, ci sono ministeri, come gli Esteri, gli Interni e i Beni culturali non possono spostarsi, la struttura portante dello Stato unitario va salvaguardata».
Da cambiare invece, la rappresentanza femminile nelle istituzioni. «Quando vedo le piccole percentuali di donne elette in Parlamento, mi cadono le braccia». Le quote rosa? «Un metodo sbrigativo ma efficace». Comunque sia, serve un intervento deciso: «Sono le donne a vincere in maggioranza i concorsi pubblici. Vorrà pure dire qualcosa».