Napolitano dà libertà di coscienza e aspetta il Cav alla prova del voto

Il Quirinale dopo i colloqui: «Alle forze politiche appartiene la responsabilità di assumere le rispettive determinazioni in Parlamento». Poi avvisa: «Valuterò i prossimi sviluppi in Aula»

Roma - Liberi tutti. Quando suona la campana del Colle, a fine mattinata, la galassia berlusconiana ha già cominciato a perdere qualche pezzo. Nessun astro, solo frammenti di roccia, ma è quanto basta per mettere a forte rischio la sopravvivenza del governo, atteso tra pochi giorni alla prova del voto. E, come sempre, è tutta una questione di numeri. Il Quirinale, dice Giorgio Napolitano al termine delle consultazioni, non staccherà la spina, il Cavaliere deve fare fino in fondo la sua parte per salvare l’Italia dalla crisi. Però, al prossimo scivolone parlamentare, sarà chiaro che la maggioranza non ce la fa più. Che succederà allora? Il capo dello Stato teme che un lungo vuoto di potere fino alle elezioni anticipate possa aggravare la crisi. Ma niente ribaltoni, un eventuale governo di emergenza potrà decollare solo se ci sarà un’«ampia» condivisione: «I prossimi sviluppi mi consentiranno di valutare concretamente l’effettiva evoluzione del quadro politico-istituzionale».
Intanto c’è un Paese da mettere «subito» al riparo dalla speculazione. Palazzo Chigi è ancora sotto l’ombrello di Napolitano, ma non per molto. «Ho avuto colloqui informali - spiega -, non si è trattato di consultazioni protocollari perché non ne esistevano i presupposti».
Poi però un’altra sua frase, «alle forze politiche appartiene interamente la libertà di assumere le rispettive determinazioni in Parlamento», a Montecitorio viene subito interpretata come un rompete le righe e votate come vi pare, quasi un invito a far smottare la maggioranza. Anche se il Pdl non si risente: «Il presidente della Repubblica - dice Fabrizio Cicchitto - ha dato una rappresentazione serena e intellettualmente onesta».
Del resto, in due giorni di «non consultazioni», Napolitano ha potuto tratteggiare solo un paesaggio piuttosto fosco. La situazione è incartata. Dopo le opposizioni, che si si sono dette disponibili a dare una mano solo se Berlusconi uscirà di scena, è toccato a Pdl e Lega mettere i loro punti fermi. «Nessun gioco di palazzo - le parole di Angelino Alfano - , noi abbiamo i numeri per governare fino al 2013. Altrimenti, si vada a elezioni anticipate». Se possibile, è ancora più alto il muto alzato da Bossi. «Napolitano ci ha chiesto se preferiamo le elezioni oppure no. Io gli ho risposto: “Presidente, lei farà quello che deve fare“». Traduzione, «meglio andare al voto», il Carroccio non vuole gabinetti tecnici.
Così, mediazione fallita. Il capo dello Stato prende atto dell’impossibilità di ripetere il miracolo di agosto, quando le opposizioni hanno fatto approvare la prima manovra anticrisi, e affida a un comunicato le sue conclusioni. Innanzitutto si preoccupa di rassicurare ufficialmente i mercati: «Posso dire ai nostri partner europei, agli osservatori internazionali e al mondo degli investitori finanziari che le forze politiche fondamentali, di maggioranza e di opposizione sono consapevoli della portata dei problemi che l’Italia deve affrontare con urgenza attraverso sforzi coerenti e costanti nel tempo». Il risamento e il rilancio della crescita, scrive, «sono riconosciuti come impegnativi» da tutti.
Ma se c’è accordo sul «cosa», si litiga sul «come» e soprattutto sul «chi». «Permane il contrasto» annota Napolitano. L’opposizione considera «necessaria una nuova compagine di governo, su basi più ampie e non ristrette a uno schieramento per rendere credibili gli obiettivi dell’Italia».
E la maggioranza giudica il governo «senza alternative e in grado di portare avanti gli impegni sottoscritti».
Questa è la fotografia scattata dal Colle, che aspetta «gli sviluppi». La prova del fuoco già mercoledì, quando il pacchetto anticrisi arriverà al Senato. Forse anche prima, con la discussione alla Camera del rendiconto dello Stato, bocciato il mese scorso. Insomma, siccome è una questione di numeri, a emettere la sentenza saranno i numeri del Parlamento, lì dove sono tutti «liberi» di decidere. Napolitano attenderà e «valuterà».