Napolitano demolisce la Finanziaria

Roma - Tre chili di carta, quattro dita di spessore, 1364 commi in un solo articolo, 593 tabelle. Per spiegare quello che c’era scritto dentro, la Camera ha dovuto preparare 691 schede di lettura. Un mostro, dice Giorgio Napolitano, «una cosa abnorme», una procedura «che condiziona pesantemente il ruolo del Parlamento». Ma ora basta, avverte il capo dello Stato, finitela, perché «si è toccato il limite estremo», la gente non capisce e «il distacco tra cittadini e istituzioni sta diventando preoccupante». Basta le manovre a trenino. «Quest’anno - si lamenta il capo dello Stato - la legge finanziaria sta per essere approvata col voto di fiducia posto dal governo su un articolo unico comprensivo di un numero abnorme di disposizioni». Basta con questi malloppi indigesti che hanno «mortificato» le Camere, che hanno «distorto la formazione di decisioni importanti in un campo essenziale come il bilancio dello Stato» e che adesso stanno ingolfando gli uffici legislativi del Quirinale. Basta, anche perché l’articolo 72 della Costituzione afferma che «ogni legge deve essere approvata articolo per articolo e con votazione finale».
Seduto sul palchetto nel Salone dei Corazzieri, Romano Prodi accetta apparentemente senza scomporsi il regalino di Natale che Napolitano gli ha confezionato. L’altro giorno il richiamo sulla norma che cancellava le frodi contabili. Ora la bocciatura sulla struttura della manovra, anche se annacquata dalla citazione di un’analoga critica fatta da Ciampi al governo Berlusconi: l’uno-due è micidiale. «Il discorso del presidente - commenta però il Professore - è un forte richiamo ai valori e alle regole dello stare bene insieme». Regole, insiste il capo dello Stato, che in parte vanno riviste e che in parte vanno solo rispettate. Da rivedere senza dubbio è il modo di scrivere e di presentare la Finanziaria: una «prassi» che ha sforato «il limite», che «sfugge alla comprensione dell’opinione pubblica» e che «rende sempre più difficile il rapporto fra i cittadini e la legge». Cambiare, spiega, dovrebbe essere «interesse comune al di là delle polemiche politiche». Per questo Napolitano apprezza «l’impegno dei presidenti delle Camere per l’avvio di un progetto di riforma». Il punto è trovare l’equilibrio tra «il diritto-dovere di governare», le «prerogative del Parlamento» e «il ruolo dell’opposizione».
Per riuscirci, servirebbe «senso di responsabilità da parte di entrambi gli schieramenti». Occorrerebbe proseguire il lavoro di normalizzazione dei rapporti e di raffreddamento del clima politico per arrivare a quella «democrazia matura dell’alternanza» che Napolitano auspica dal giorno del suo insediamento. «Non mi illudevo», dice, di raggiungere velocemente l’obbiettivo del «reciproco riconoscimento, rispetto e ascolto». Però qualche passetto avanti, piccolo, piccolissimo, si è fatto.
In politica estera, con il voto a larghissima maggioranza sulla missione in Libano e la «convergenza sulla necessità che l’Italia non si sottragga a iniziative di pace sotto l’egida dell’Onu che comprendono l’uso dello strumento militare». In politica interna, con le leggi bipartisan sulle intercettazioni e sulla riforma dei servizi segreti. Meno bene invece è andata nel Csm, dove c’è stata «una grave tensione al momento di scegliere il vertice della Suprema Corte». Il capo dello Stato spera comunque in «uno sforzo comune» sui problemi della giustizia e sul «rinnovamento del Paese».
Il punto chiave, insiste, sta nel superare «una conflittualità» tra i poli che «sta determinando un pericolo distacco tra i cittadini e le istituzioni». Una rissa continua «della quale non c’è parte politica che possa trarne vantaggio». Anzi: «Piuttosto, può riceverne danno la prospettiva di una sicura tenuta e di una compiuta maturità del nostro sistema democratico».