Napolitano difende la parata «Onora la nostra nazione»

Il capo dello Stato alla sinistra radicale: «Il patriottismo non è retorica»

da Roma
Il vento che soffia sulla testa, i giardini del palazzo alle sue spalle e sullo sfondo, sotto un tappeto di nuvole nere, il Torrino con il tricolore. Affacciato dalla terrazza del suo studio, Giorgio Napolitano spunta in tv all’ora di pranzo e spazza le polemiche sulla festa del 2 giugno. La parata militare, dice, non verrà toccata: «Onorare i simboli della nazione, esprimere un sentimento di più intensa appartenenza e comunanza patriottica non significa fare della vuota retorica, ma rafforzare le basi e le motivazioni del nostro agire individuale e collettivo». E non cambierà, assicura il capo dello Stato, nemmeno la linea ciampiana, quella dell’invito al dialogo sempre e comunque: «Nulla è più necessario di un clima di operosità e di responsabile collaborazione, nel libero confronto delle idee e delle posizioni politiche». Questo, puntualizza, «sarà l’impegno della mio settennato».
I cingolati «provano» sull’autostrada di Fiumicino e le frecce tricolori tagliano il cielo temporalesco di Roma. Il traffico è paralizzato e c’è chi attacca la sfilata ai Fori imperiali, considerandola inutile e anacronistica. Ma Napolitano, primo ex comunista salito al Colle, difende il significato profondo di questa festa reintrodotta da Carlo Azeglio Ciampi. E ne difende anche i riti esteriori perché, spiega, è proprio «celebrando ricorrenze come il 2 giugno» che si cementa il Paese e si possono superare le divisioni. Oggi la Repubblica compie sessant’anni. «Festeggiare insieme il compleanno, valorizzare quell’esperienza che ha dato all’Italia una più forte personalità internazionale facendone una protagonista dell’Italia unita e agli italiani una più chiara e matura identità nazionale», insiste, serve «per affrontare con prospettive di successo i problemi dell’oggi e del domani».
Quanto ai militari, guai a toccarli. Anzi, Napolitano rivolge «un particolare omaggio alle nostre forze armate, il cui ruolo è segnato dalla Costituzione come presidio e garanzia di pace». In questi giorni in Parlamento si discute e si litiga sul ritiro dall’Irak. Si dibatte pure dell’Afghanistan. Il capo dello Stato non entra nel merito, però dice: «Siamo vicini a tutte le missioni fuori d’Italia in cui sono impegnati i nostri soldati e onoriamo la memoria di tutti i caduti».
Sessant’anni dopo, il presidente chiede perciò di celebrare l’anniversario «di un periodo nuovo della vita dello Stato nazionale unitario», nato dalla «ricostruzione morale e materiale» di una nazione distrutta dalla guerra e dalla dittatura fascista. Pagine di storia da far conoscere ai giovani, senza però dimenticare «il rispetto per quanti espressero nel referendum il loro attaccamento all’istituto repubblicano». E senza scordarsi della Costituzione, di quella «tavola dei valori e dei principi in cui riconoscersi, dei diritti e dei doveri da rispettare». Di quella Carta che tra tre settimane, dopo la riforma sulla devolution, sarà sottoposta a referendum.
Dialogo dunque. Se nel 1946 «le tensioni e le prove che insorsero sul piano sociale e politico vennero superate nel quadro delle istituzioni repubblicane», un analogo spirito di «concordia» dovrebbe guidare tutti anche oggi. Certo, lo scenario è diverso, la spaccatura non è nemmeno paragonabile. Però, per ricucire le odierne legittime divisioni del mondo politico, occorre rinfrescare il senso di cittadinanza degli italiani.
Occhio alla storia quindi, ma «guardiamo soprattutto al futuro». È un giorno di festa, Napolitano non si mette a compilare l’elenco dei problemi da risolvere e della cose che non vanno, dall’economia, al lavoro, alla scuola. Si limita a un’esortazione generale: «Spetta alle istituzioni della Repubblica mettere a frutto le energie e i talenti dei giovani, uomini e donne, per raccogliere le sfide e superare le incertezze e le difficoltà che preoccupano i cittadini. Nulla è più necessario, ora, che di un clima di operosa e responsabile collaborazione». Insomma, il dibattito politico deve svilupparsi nel rispetto reciproco e con la disponibilità a cooperare per risolvere i problemi concreti del Paese che bussano alla porta. Io, giura il capo dello Stato, farò la mia parte: «Corrispondere a questa esigenza sarà l’impegno della mia presidenza».
Alle 16 Napolitano esce dal palazzo per il cambio della guardia. Bagno di folla e bagno d’acqua. «Mi dispiace che piova», dice a una signora dietro le transenne. La prima «festa comunista» della Repubblica resta in forse fino all’ultimo. Ma alla fine alle signore basterà portare un ombrello e uno scialle.