Napolitano esalta il cinema e svaluta il ’68

Cinzia Romani

da Roma

Metti un mattino d’inverno al Quirinale. Il cielo sopra Roma è smalto azzurro, i corazzieri dalle cosce turrite guardano il nulla davanti a sé e la gente di cinema, produttori in giacche troppo strette, distributrici âgées ma rinfrescate, cinecronisti con l’abito della festa e politici di svariato rango si mescolano agli artisti. È la prima volta che Giorgio Napolitano, il primo presidente della Repubblica frequentatore di sale cinematografiche (laddove l’appena riabilitato Giovanni Leone usufruiva di proiezioni private a Palazzo, con i figli a corteggiare le divette del tempo, sorelle Rivelli in testa), consegna i Premi De Sica e i David di Donatello. E l’occasione è attesa dagli operatori del nostro settore industriale che, da settembre ad oggi, ha prodotto quindici film il cui incasso complessivo a stento eguaglia i risultati dell’americano Il diavolo veste Prada al box-office. Ma tant’è: gli elementi del rito ci sono tutti, nella fastosa Sala dei Corazzieri, realizzata dal Maderna, dove, alla spicciolata, arrivano i premiandi Citto Maselli e Mariangela Melato, Uto Ughi e Fernanda Pivano, Walter Veltroni e Margherita Hack, la nota astrofisica che, pur salendo al Colle, non abbandonava la propria sciatteria di scienziata dedita agli astri solamente.
All’improvviso, silenzio e tutti in piedi: Giorgio Napolitano ha preso posto sul palchetto, mentre i presenti allungano il collo per vedere Francesco Rutelli in alta montura, più curiale che mai con gli occhialini compunti a tre quarti di naso e Gianluigi Rondi, il decano dei critici del cinema, emozionato al suo venticinquesimo appuntamento con il David di Donatello, che presiede. Sono vestiti di scuro e nell’acquario quirinalizio, dove il rito dell’omaggio a qualcosa che brucia, senz’ardere, si officia lentamente, qualche cosa si muove. «Dopo tanto tempo è possibile guardare alla contestazione giovanile con serenità, al di là di giudizi facilmente negativi e senza negare che ebbe i suoi furori e i suoi schematismi», scandisce Napolitano, mentre i convocati capiscono che il corto circuito tra il ’68 e la cultura nostrana ha da considerarsi aggiustato. «Ora a quegli eventi si può guardare con maggiore serenità, liberandoci dai residui di impostazioni parziali o puramente negative». Sui rapporti tra Verità e Tempo si potrebbero insinuare molte perplessità, ma il Presidente della Repubblica prosegue, olimpico come la sua notevole statura gli consente, sgranando perle di elegante vaghezza dal rosario dell’arte e della cultura, con l’unica digressione personale d’un accenno alla lettera che Luchino Visconti gli scrisse, nel febbraio del 1971, per parlargli della contestazione giovanile allora in atto.
Più prosaicamente, il Ministro per i Beni Culturali, dirà: «È ora di riformare la legge sul cinema», annunciando rimpinguamenti al Fondo Unico dello Spettacolo. Sotto ai soffitti lignei a cassettoni Aurelio de Laurentiis sospira, Giampaolo Letta spera, ma è arrivato il momento di consegnare le medaglie d’oro, in scrigni di pelle rossa. Primo convocato è Alexander Sokurov, il regista dell’Arca russa, film sull’oppressione spirituale, né sembra casuale tale riconoscimento, mentre si discute sulla commissione Mitrokhin. Poi tocca al produttore Antonio Avati, fratello del regista Pupi, caro al Vaticano. E Citto Maselli, fermo da anni, viene premiato, con gli attori Kim Rossi Stuart, Stefano Accorsi e Gigi Proietti, la distributrice Vania Traxler, il pittore Ennio Calabria, il regista Maurizio Scaparro, che sfilano veloci, in muta liturgia, come provando asfissia.