Napolitano fa l’anti Lega ma quando era ministro tollerava i secessionisti

Il suo atteggiamento tenero nei confronti delle manifestazioni indipendentiste padane gli costò dure critiche pure da Enzo Biagi

Roma Oggi agita lo spauracchio delle manette per i secessionisti, ricordando quanto accadde ad Andrea Finocchiaro Aprile, leader del Movimento indipendentista siciliano arrestato dal governo Bonomi nel 1944. Ma tra il 1996 e il 1998, Giorgio Napolitano, allora ministro dell’Interno, si limitò a fumosi moniti e atti di vibrante attendismo di fronte alla stagione più calda dell’indipendentismo padano. Tanto da meritarsi le bacchettate di Enzo Biagi, non certo un animo incendiario, per la sua brillante assenza.

Era il 25 maggio 1997, giorno del referendum organizzato dalla Lega per la secessione della Padania. Un «voto farsa», come venne definito da più parti. Il celebre giornalista scriveva, sul Corriere della Sera: «Abbiamo assistito in questi tempi alle più strampalate manifestazioni del Carroccio, come il convegno sul Po, fiume sacro alla Patria delle camicie verdi, che evidentemente per la legge italiana in vigore non sono considerate divise. Ma le uniformi non erano proibite?». E ancora: «Durante la repubblica di Salò un bravo giornalista, Concetto Pettinato, scrisse un memorabile articolo: “Se ci sei batti un colpo”.

Alludeva al governo. Ho più modesti obiettivi, rivolgo la stessa domanda al ministro dell’Interno. È proprio come se non esistesse». E ancora: «Ma ha un’idea di quello che sta bollendo nel pentolone? Si può annunciare e preparare tranquillamente la rivoluzione? A che ora comincerà, così si regoleranno a casa per buttare giù la pasta?».
Il fatto è che l’attuale presidente della Repubblica, che ancora ieri a Napoli ha ribadito tra gli applausi che «l’Italia non crescerà se non crescendo tutta insieme, Nord e Sud», una quindicina di anni fa fu proprio sfortunato.

Allora il suo ultimo indirizzo conosciuto era il Viminale e non il Quirinale, e quelle poche lettere di differenza gli valsero una grana non da poco: fronteggiare da tutore dell’ordine pubblico la Lega più scalpitante che si ricordi. Uscito dall’esperienza di governo del Berlusconi I, che cadde proprio per colpa sua, Umberto Bossi si presentò alle elezioni del 1996 senza stringere alleanze, ciò che favorì la vittoria del centrosinistra. Libero dall’agenda del governo e pure da quella dell’opposizione, il Senatùr si dedicò anima e corpo a stringere i bulloni della secessione, fino ad allora più che altro evocata. Già agli inizi di giugno si capì che aria tirava: Roberto Maroni, che per ironia della sorte oggi siede sulla poltrona allora di Napolitano, annunciò lo «sfratto» ai prefetti delle sette province amministrate dalla Lega.

E Napolitano? «Idea surreale», tagliò corto. Poi il livello dello scontro crebbe: il 15 settembre una delegazione leghista risalì il Po e arrivò a Venezia. Il ministro Napolitano, sollecitato dai leghisti a garantire la loro incolumità e dagli altri a impedire la «crociera», fece un po’ il Ponzio Pilato, assistendo come uno spettatore, e limitandosi a manifestazione archiviata - peraltro con un mezzo flop - a richiamare Bossi «a riflettere e recuperare il senso del limite». E pochi giorni dopo: «Lo Stato può soltanto considerare ridicola la pretesa del governo della Padania di trattare con le istituzioni repubblicane per avviare la secessione».

Erano giorni caldi, i poliziotti entrarono in via Bellerio a Milano, sede della Lega, per alcune perquisizioni e scoppiò la bufera. Napolitano, che avrebbe potuto rivendicare il pugno di ferro, preferì ancora il ruolo della mammoletta: «Il ministro dell’Interno è del tutto estraneo», precisò, ricordando che il blitz era stato ordinato dalla Procura di Verona.

E quando il 25 maggio 1997 si giunse al referendum, Napolitano minimizzò: «Solo propaganda». Da qui la reprimenda di Biagi e la risposta di Napolitano con il suo ritornello dell’epoca: «La secessione è una questione politica, non di ordine pubblico». Nessuna reazione nemmeno al voto per il Parlamento padano del 26 ottobre 1997: «Una manifestazione di partito», la sentenza di Napolitano. Che per sua fortuna di lì a un anno si sarebbe liberato del problema, grazie alla caduta del governo Prodi.