Napolitano giura: «Siamo maturi per l’alternanza»

Massimiliano Scafi

da Roma

Dobbiamo crescere: «È venuto il tempo della maturità per la democrazia dell’alternanza». Dobbiamo smetterla di litigare su tutto: «C’è l’esigenza di una seria riflessione. Confrontarsi con dignità in Parlamento, individuare temi di limpida convergenza, non mette in forse il bipolarismo, ma lo rafforza in modo decisivo». E dobbiamo consolidare le basi comuni. «Il mio appello all’unità», dice Giorgio Napolitano, «non vuole edulcorare una realtà di aspre divergenze politiche», ma sollecitare gli italiani «a trovare un nuovo senso alla missione da compiere, assicurare al nostro Paese il ruolo che gli spetta». Quanto a lui, undicesimo capo dello Stato, primo ex-Pci a salire sul Colle, «non sarò in alcun momento il presidente solo della maggioranza che mi ha eletto». Sarà, spiega, un suo «dovere» favorire «più pacati confronti e più ampie convergenze». E sarà un suo «impegno» farlo «con la necessaria sobrietà e nel rigoroso rispetto dei limiti dei poteri e del ruolo di garanzia».
Quaranta minuti, trentuno applausi. Voce alta e ritmo sostenuto, Napolitano cita Benedetto Croce, Antonio Segni, Gaetano Martino, Nilde Iotti, Alcide De Gasperi, Enrico De Nicola, Altiero Spinelli, Luigi Einaudi, nomina tre volte Ciampi, trascura Togliatti. Strappa il battimani di tutti quando omaggia il Papa, le Forze armate e le vittime di Kabul e Nassirya, conquista il consenso della destra quando attacca «le zone d’ombre, gli eccessi e le aberrazioni» della Resistenza, ma anche la perplessità dei cattolici quando difende la laicità dello Stato e parla dei «nuovi diritti civili e sociali della Carta europea».
Un discorso lungo, per certi versi molto ciampiano. C’è il richiamo ai «valori condivisi», c’è «l’ancoraggio alla Costituzione», che comunque «non è immutabile». C’è la preoccupazione per i conti pubblici, per la ripresa, per le «esigenze di stabilità di governo». E c’è anche la promessa di esercitare il mandato con «un ruolo di moderazione e persuasione morale», con «senso dell’imparzialità» e con il compito «di rappresentante dell’unità nazionale». «Dedicherò - assicura - senza risparmio le mie energie all’interesse generale per poter contare sulla fiducia dei rappresentanti del popolo e dei cittadini senza distinzioni di parte».
Ma per altri aspetti quello di Napolitano è anche un discorso politico. C’è, ad esempio, un certo orgoglio di appartenenza. «Le mie complessive esperienze politiche e di vita mi inducono ad associare con forza il problema del rilancio della nostra economia a quello della giustizia sociale, della lotta contro le disuguaglianze e le nuove emarginazioni, dell’impegno per elevare l’occupazione». C’è pure una sortita nel delicato terreno dei rapporti con il Vaticano. «I valori cristiani sono un patrimonio del popolo italiano», necessari nel «farsi dell’Europa», e «la dimensione sociale del fatto religioso» va «laicamente riconosciuta». Stato e Chiesa devono «collaborare per il bene comune», però, «il valore della centralità della persona umana viene a misurarsi con le nuove frontiere della bioetica». E c’è inoltre un accenno alle riforme: dopo il referendum bisognerà pensare «a nuove proposte capaci di raccogliere il necessario largo consenso in Parlamento».
Spazio anche alla politica estera. Gli «storici legami con gli Usa» sono «un cardine di una strategia di alleanze alla ricerca di approcci condivisi e pari dignità». L’Europa è «la seconda patria», ci sono stati degli stop all’applicazione del Trattato, però «non esiste alcuna alternativa». Sul Medio Oriente, c’è il doppio diritto «della sicurezza di Israele e di uno Stato indipendente dei palestinesi», ma basta con «il terrorismo suicida» e con i rigurgiti di antisemitismo». Sulle missioni militari, toccherà a governo e Parlamento «definire le soluzioni per il rientro dei soldati dall’Irak».
E sull’economia, «non siamo in declino» ma non possiamo «nemmeno sottovalutare la gravità delle nostre debolezze»: no al protezionismo, sì allo sviluppo della competitività. Un cenno alla giustizia, «troppe tensioni». Un passaggio infine pure per Calciopoli: «I problemi di legalità e moralità» si registrano pure «in ambiti che avremmo sperato restassero immuni».