Napolitano: il governo ha la fiducia. Se cade ci penso io

nostro inviato a Cernobbio

«Finché c’è un governo che ha la fiducia del Parlamento, comunque agisca, io non posso sovrappormi non solo di fatto, ma nemmeno con l’idea di un governo diverso». Con queste parole il presidente della Repubblica, in collegamento video con Cernobbio, ha ieri risposto a una domanda della platea del Workshop Ambrosetti. In una forma che certo non è apparsa particolarmente fiduciosa nei confronti dell’attuale esecutivo. Così la seconda giornata del workshop di Villa d’Este è iniziata com’era finita la prima, vale a dire in un clima di forte ostilità nei confronti delle scelte di politica economica di questo governo. Ostilità unita a un diffuso pessimismo sia sulla capacità italiana di far fronte ai suoi impegni di pareggio di bilancio, sia più in generale sulla capacità dell’euro di salvarsi e dell’Europa di evitare una seconda recessione. Lo stesso Napolitano, rispondendo al presidente della Bce Jean Claude Trichet sulle misure per il pareggio del bilancio, ha detto: «Ho fiducia che ciò si ottenga». Garantisce il presidente, dunque.
In questo clima sembra addirittura che una parte della platea di manager, imprenditori, banchieri e finanzieri qui presenti, possa organizzare, per oggi, una sorta di manifestazione di rabbia indirizzata al governo, attraverso una qualche forma di protesta da esternare ai ministri attesi: Maroni, Frattini, Gelmini, Romani e soprattutto quello dell’Economia, Tremonti.
Di che si tratta? Non è dato a sapersi, ma qualcosa, dalle stanze a porte chiuse presidiate dagli uomini di Ambrosetti, è filtrato. E se nessun congiurato si è fatto avanti in prima persona, un banchiere esperto ha parlato di «filo-montezemoliani». Le ipotesi che circolano vanno da un tipo di protesta simbolica tipo l’uscita dall’aula del convegno, piuttosto che un’entrata ritardata al momento dell’arrivo dei ministri, piuttosto che la lettura di un qualche documento unitario. Oppure, ed è l’ipotesi più probabile, l’insoddisfazione potrebbe arrivare attraverso il televoto di domani: i partecipanti saranno chiamati, come è avvenuto venerdì, a rispondere sì o no a un paio di domande, le cui risposte rappresenteranno il risultato del sondaggio dell’establishment di Villa d’Este. Ebbene, sarà sufficiente che queste domande pongano in qualche modo al centro l’attuale lavoro dell’esecutivo, per ottenerne o meno un effetto dirompente. Si vedrà. Quel che è certo, in ogni caso, è che questa 37esima edizione del Workshop non ha prodotto una piattaforma alternativa di governo. Non c’è stata la forza, da parte di una fetta importante di classe dirigente, europeista e protagonista, di proporre un «governo Ambrosetti», ovvero di dare precise indicazioni per uscire dallo stallo e dalla paura che questa stessa platea imputa al lavoro della politica, e proporle oggi al governo. Così come è mancata una profonda disamina delle urgenze dell’economia reale. Su questo era forse lecito aspettarsi di più dall’establishment qui riunito e così critico.
Ed è stato come constatare che il limite di questa riunione rimane quello di non riuscire ad andare oltre ai sacrosanti principi della governance europea, per trasformarli in ricette buone anche per le singole e complesse democrazie continentali. Un fatto quanto mai eclatante quest’anno, quando i limiti di quella governance mettono a rischio l’Europa stessa. Questo disagio si percepisce nel clima generalmente mogio di questo Workshop 2011, cascato in uno dei momenti più drammatici della storia recente d’Italia. Ma forse non poteva essere diversamente.