Napolitano insiste: dialogo sulla legge elettorale

Ma Berlusconi frena: mancano le condizioni dopo le accuse di Prodi Anche Bossi è perplesso

da Roma

Continuano a proliferare posizioni diverse, tra e dentro maggioranza e opposizione. Con un dibattito, quello sulla legge elettorale, che di giorno in giorno si fa sempre più legato alle variabilissime strategie del tatticismo politico. Così, non è un caso che da Napoli Giorgio Napolitano rilanci il suo invito al dialogo, riprendendo le fila del suo primo discorso di fine anno dal Quirinale. È necessario, ribadisce il capo dello Stato, «sedersi attorno a un tavolo» per «trovare un punto d’incontro». E sulla possibilità di aprire un confronto concordano - a parole - buona parte dei partiti, nel centrodestra come nel centrosinistra. Tutt’altra storia, però, è capire chi davvero ha intenzione di proseguire sulla strada del dialogo.
Il dibattito, infatti, è ancora in una fase di studio, di fatto obbligata dopo che lo scorso 21 ottobre sono stati depositati in Cassazione due quesiti referendari che potrebbero rivoluzionare l’attuale legge dando una decisa spinta non solo sulla via del bipolarismo ma pure sulla strada del bipartitismo. Insomma, «una pistola carica» puntata sul Parlmento. E pure sui due schieramenti nei quali da tempo si discute dell’opportunità di dar vita a soggetti unitari (il Partito democratico da una parte e quello delle libertà dall’altra). Così, il confronto sulla legge elettorale è legato da una parte alle prospettive dei singoli in chiave partito unico e dall’altra al timore - in privato più volte manifestato sia da Silvio Berlusconi che da Gianfranco Fini - che possa essere utilizzato dal governo per puntellarsi. Così, sull’ottimismo manifestato dal ministro delle Riforme Vannino Chiti che vede possibili convergenze sul modello delle elezioni comunali («pur con opportune modifiche») - proposta raccolta positivamente dal segretario dell’Udc Lorenzo Cesa - pesano soprattutto lo scetticismo del Cavaliere e del leader di An. Perplessità, peraltro, condivisa pure da Umberto Bossi. Tra l’altro, dopo l’affondo del Professore delle ultime ore, l’ex premier ha confidato ai suoi collaboratori più stretti di essere «assolutamente convinto» che «non esistono le condizioni» per alcun dialogo. Insomma, se prima poteva esserci uno spiraglio, il j’accuse di Prodi sull’eredità del passato pare averlo chiuso del tutto. «Non vedo possibilità di un’intesa», spiega sibillino il segretario della Dc Gianfranco Rotondi. Posizione condivisa pure dal leghista Roberto Calderoli che se la prende con Napolitano. «Mi pare davvero sorprendente - dice il vicepresidente del Senato - che il capo dello Stato solleciti una riforma della legge elettorale quando proprio lui è stato eletto sulla base dei rapporti numerici prodotti dall’attuale sistema, disconoscendo, quindi, l’esito conseguente a quelle elezioni e dunque anche la propria di elezione».
A parole, dicevamo, il confronto va però avanti, con Chiti che la prossima settimana incontrerà i vertici di Forza Italia. Ma ancora ieri Sandro Bondi ribadiva che una nuova legge deve comunque «incoraggiare l’unità» e «rafforzare il bipolarismo». «Se invece si vuole andare indietro - aggiunge il coordinatore azzurro - allora Forza Italia farà pesare tutta la sua forza a favore del referendum». E sul modello ipotizzato da Chiti (il sistema elettorale di Comuni e Regioni) la replica è netta: «Noi siamo contrari in linea di principio al doppio turno». Ancora più deciso Fabrizio Cicchitto, convinto che il ministro ds stia facendo «un gran pasticcio» e rappresenti «le cose secondo gli interessi del suo partito». Insomma, aggiunge il vicecoordinatore azzurro, «no ai sistemi a due turni che sono uno smantellamento del bipolarismo». A favore del sistema tedesco, invece, è l’Udc. «Ma - spiega Cesa - siamo pronti al dialogo con tutti». Tant’è che mercoledì prossimo si incontrerà con Bondi proprio per parlare di riforma elettorale. Anche se i centristi restano decisamente contrari al referendum. «Se passasse - dice il presidente dell’Udc Rocco Buttiglione - avremo due liste uniche alle elezioni destinate con ogni probabilità a dissolversi subito dopo il voto». Posizione diametralmente opposta a quella di An. «Sul referendum - spiega il portavoce Andrea Ronchi - noi andiamo avanti».