Napolitano invita ad abbassare i toni Ma poi li alza

Caro Granzotto, cerco sempre di giudicare senza pregiudizio e senza manicheismi di parte, ma dopo lo sprezzante rigetto da parte del presidente della Repubblica del decreto sul federalismo mi chiedo se non abbia piena ragione Berlusconi a giudicarla, avendone Napolitano colto «deliberatamente» solo gli aspetti negativi, una decisione politica. Come diceva il saggio, a pensar male si fa peccato però ci si azzecca.
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Certo, quei due aggettivi... Mi riferisco, caro Fracassi, a «irricevibile» e a «corretto». È nei diritti-doveri del Capo dello Stato rinviare al mittente leggi, decreti aventi valore di legge e regolamenti che, a suo giudizio, contengono delle pecche sostanziali o procedurali. Ciò è previsto dalla Costituzione, all’articolo 87. Ma nel nostro caso, la pecca procedurale individuata da Napolitano non è così lampante: il pari e patta della Bicameralina significa che essa ha deciso o non ha deciso nel merito? Il presidente ha ritenuto che pur non essendo riuscita ad esprimere un parere, essa abbia comunque deciso. Stabilire se abbia o meno visto giusto è questione di lana caprina e proprio per questo, proprio perché sussistono ragionevoli dubbi sul reale significato di quel pareggio, forse avrebbe dovuto essere meno categorico. Riferito al decreto, un «non può essere preso in esame» avrebbe avuto lo stesso significato di «irricevibile», ma senza quel riflesso sprezzante che l’aggettivo ha in sé. E siccome il Quirinale è uso a pesare col bilancino del farmacista le sue parole, non possiamo non dare per scontato che l’inasprimento del tono sia stato intenzionale.
Il secondo aggettivo, «corretto», risulta poi ingiustificato. «Non posso sottacere - ha aggiunto Napolitano nella lettera fatta pervenire al presidente del Consiglio - che non giova ad un corretto svolgimento dei rapporti istituzionali la convocazione straordinaria di una riunione del Governo senza la fissazione dell’ordine del giorno e senza averne preventivamente informato il Presidente della Repubblica». Non c’è bisogno di essere il girotondino costituzionalista Zagrebelsky per sapere che fra i diritti del Capo dello Stato la Carta non comprende quello d’essere preventivamente informato su data e ora delle convocazioni del Consiglio dei ministri. Si dirà che è una consuetudine più o meno rispettata, e va bene. Ma se poi la consuetudine non viene, come è accaduto spesso, osservata, si potrà parlare di mancanza di educazione, si potrà dire che non è gentile, che non è carino, che è indelicato, ma non che è scorretto. Ovvero che presenta errori in violazione del dettato costituzionale sui rapporti fra i poteri dello Stato. Sempre tenendo conto che nei suoi atti ufficiali il Quirinale pesa bene le parole, la scelta di quel non fondato aggettivo ha dunque una rilevanza politica. Che non può essere ricondotta alla stizza di un anziano signore per essere stato oggetto di mancanza di attenzione (queste, caso mai, erano reazioni del pomposo e presuntuoso Oscar Luigi Scalfaro, o del fumantino Sandro Pertini). Noi possiamo solo immaginare, caro Fracassi, quali siano state le seconde intenzioni di Napolitano nella adozione dei due aggettivi. Però sappiamo che in quelli la stampa e i partiti dell’antiberlusconismo militante hanno inzuppato il pane. Ci si sono buttati a pie’ pari, approfittando dell’assist o se preferisce del traversone quirinalizio. E tutto questo tanto per creare l’auspicato clima più disteso, tanto per abbassare i toni, come dal Colle si seguita a predicare.
Paolo Granzotto