Napolitano: «Io interventista? Macché»

Il presidente sulla crisi di governo: «Ho fatto chiarezza per spiegare agli italiani come erano andate le cose»

nostro inviato a Bologna

Interventista chi? Io? No, dice Giorgio Napolitano, nessuna tracimazione e nessuna voglia di protagonismo da parte mia, io mi muovo «nei limiti delle responsabilità e dei poteri che mi affida la Costituzione». E siccome, «per la maniera in cui è maturata e si è conclusa», la crisi era «complicata e di non facile lettura», io ho soltanto imposto e fatto «chiarezza»: infatti, spiega, tra i compiti del presidente della Repubblica c’è proprio «quello di spiegare agli italiani come fossero andate le cose». Una pratica strana, irrituale, «insolita»? Può essere. Però vi dovete abituare: «Continuerò».
Tre settimane dopo ci sono ancora dei cocci, c’è ancora evidentemente nel centrosinistra chi lo rimprovera per come ha gestito quel passaggio. Qualcuno forse lo critica per aver costretto Romano Prodi a farsi ricontare in Parlamento. Qualcun altro magari per aver fissato a quota 158, senza cioè i senatori a vita, il limite minimo di una maggioranza politica. Pressioni? Lamentele? Se anche ci sono state, Napolitano mostra di non averle subite. «Ci sono molto spesso delle richieste di intervenire - racconta -. Poi, quando lo si fa, si è accusati di eccessivo interventismo. Come ci si muove, ci si sbaglia. In ogni caso io rimango sempre nell’ambito delle prerogative fissate dalla Carta». Era, ripete, una «crisi complicata e poco chiara». Da qui la scelta «obbligata» di rinviare il premier alle Camere a ricercarsi la maggioranza e quella di aprire a tutti lo scrigno. «Mi pare - commenta - che nessuna parte politica abbia espresso riserve sulla mia ricostruzione».
Il capo dello Stato torna a Bologna per riprendere la sua visita ufficiale esattamente da dove l’aveva lasciata il 21 febbraio, quando al Senato il governo era andato sotto sulla politica estera e lui aveva dovuto fare le valige e volare a Roma. Però attenzione, non è che ora sia tornato tutto magicamente a posto, il Professore è sempre appeso a un filo. «Io devo, voglio essere fiducioso sulla nuova fase che si è aperta dopo la crisi di governo, lo sono a ragion veduta». La riforma elettorale e i ritocchi alla Costituzione sono entrati nell’agenda politica, ma non basta. Se non finisce «la guerriglia», se non riparte il dialogo, non si va da nessuna parte.
Quindici anni di transizione incompiuta. «Sono quindici anni - insiste il presidente - che stiamo sperimentando la democrazia dell’alternanza, ma le forme con cui si concretizza non trovano paragoni e non giovano al Paese». Viviamo una rissa continua. Quello che serve invece «è un confronto che non sia guerriglia quotidiana tra maggioranza e opposizione, ma un dibattito pacato e costruttivo». L’obbiettivo minimo è quello di arrivare a una nuova legge elettorale che dia stabilità e governabilità al sistema e a ritocchi «della seconda parte della Costituzione». Quello massimo è un’Italia che funzioni. Parole al vento? Chissà. «Io però continuerò a lanciare appelli».