Napolitano: moderare le parole. La Cdl: l’Unione non dia lezioni

Il Quirinale: rispettate la Costituzione. Nel centrodestra solo l’Udc condanna la Lega. Berlusconi: no comment

Roma - Che siano a salve o no, le fucilate di Bossi da Ca’ San Marco di rumore ne hanno fatto, e pure molto. Tanto da «costringere» il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, a diffondere una nota in cui, senza mai nominare direttamente il leader del Carroccio, invita a ridurre drasticamente i toni del dibattito. Il presidente della Repubblica, si legge, «ha la massima considerazione per la libertà del confronto politico, anche nelle sue asprezze, e per il pieno esercizio del ruolo e dei diritti di qualsiasi forza di opposizione. Ma, dinanzi a eccessi clamorosi nella polemica e nella propaganda, sente di dover esprimere un forte richiamo alla moderazione del linguaggio e al rispetto dei valori nazionali e dei principi costituzionali». Un appello che subito da Palazzo Chigi fanno sapere di «condividere in pieno» e di sperare che «abbiano un buon esito».

La «sparata» di Bossi, a dire il vero, ha colto un po’ tutti di sorpresa, specie dopo il «chiarimento» di ieri sullo sciopero fiscale. Così, mentre la maggioranza è più o meno compatta nel condannare la «chiamata alle armi» del Senatùr, nella Cdl, Forza Italia e Alleanza nazionale gettano acqua sul fuoco, con l’Udc, all’opposto, che prende le distanze in maniera netta. Per par condicio Silvio Berlusconi, uscendo dal matrimonio di Elio Vito, sceglie di non commentare né le parole del presidente Napolitano né quelle di Umberto Bossi, ma a replicare per Forza Italia ci pensa il vicecoordinatore Fabrizio Cicchitto: «Sappiamo che Bossi usa un linguaggio forte e ricco di iperbole per ottenere il massimo effetto mediatico e che invece la sinistra ha spezzoni, che hanno portato più di 24mila voti, che la spranga o addirittura il fucile hanno davvero usato». Un discorso che da An condivide anche Maurizio Gasparri, per cui si dovrebbe astenere dall’alimentare polveroni «chi non ha le carte in regola», ricordando che «con Prodi sono arrivati in Parlamento personaggi che hanno usato pistole vere». È d’accordo con il capo dello Stato Gasparri, che però si domanda come mai non sia stato altrettanto «tempestivo quando deputati comunisti hanno definito assassino Biagi». Tenta di smorzare la polemica Ignazio La Russa, per cui le parole di Bossi («un’esagerazione propagandistica che mi lascia indifferente») hanno il solo scopo di provocare una reazione, visto che «non ha mai preso in mano fucili, né lo farà mai».

Per l’esponente di An però il problema fiscale è «una questione molto seria da affrontare anche con proteste eclatanti». E se il capogruppo al Senato, Altero Matteoli, non crede che «Bossi voglia invitare gli italiani a prendere i fucili» e che «nei comizi scappano dette certe cose», riconosce alla guida leghista «di avere per prima parlato di crescita esponenziale delle tasse e della necessità di fare azioni nei consessi elettivi e poi in piazza per una protesta». Con iniziative, sottolinea esprimendo la posizione di An, che però restino rigorosamente nell’alveo della legalità.

Tutt’altra musica nell’Udc. Il più tenero è il segretario, Lorenzo Cesa, che parla di un «Bossi bifronte», responsabile quando parla di federalismo e riforma elettorale e irresponsabile quando con i militanti evoca «fucili che poi come al solito si riveleranno pistole ad acqua». Durissimo è invece l’ex ministro Rocco Buttiglione che dietro le parole del leader della Lega vede «l’espressione di una evidente crisi politica». Di chi, dice il centrista, più di tutti aveva scommesso su una «spallata che non c’è stata» e che, se non vuole fare marcia indietro, è costretto a rifugiarsi «nelle regioni della favola e del mito come favole e mito era lo sciopero fiscale». A salvare capra e cavoli, infine, ci prova il leader della Democrazia cristiana per le autonomie, Gianfranco Rotondi, per cui «quelle di Bossi sono battute, si capisce». Ma, conclude, «una forza di governo deve pesare le parole».