Napolitano il peggiore migliorista

Dal Pci al socialismo europeo, l’autobiografia di Giorgio Napolitano uscita in questi giorni (editore Laterza) racconta la vita di un dirigente comunista italiano. Il Pci è stato protagonista della storia nazionale, determinante nella resistenza, nella fase costituente, nelle lotte sociali e, infine, nel contrasto al terrorismo. Ma, come in parte racconta lo stesso Napolitano, è stato anche un tappo all’evoluzione della nostra società, schierato con l’Unione sovietica, ha bloccato i meccanismi di alternanza e radicalizzato lo scontro ideologico. Il partito togliattiano è stato, poi, innanzi tutto parte di quel movimento comunista internazionale che è terminato su un binario morto della storia lasciandosi alle spalle un formidabile carico di tragedie.
Napolitano intravide in tempi lontani questo destino ma, poi, la trasformazione del Pci, con l’adesione integrale ai principi delle democrazie occidentali, si è realizzata grazie all’inesorabile corso degli eventi ben più che per l’influenza dell’antico dirigente riformista-comunista. L’ultima sconfitta, che l’autore tenta di contestare ma che tale si rivela anche nelle sue tortuose spiegazioni, Napolitano la registra quando la storia ha in gran parte chiuso il capitolo comunismo, quando le posizioni dei riformisti nel partito diventano oggettivamente vincenti e lui, da presidente della Camera, non ha il coraggio di spezzare l’assedio giustizialista alla politica e non combatte (anzi in qualche modo cede all’onda prevalente) la sua estrema battaglia. Sarà, poi, un decente ministro dell’Interno. Ma non colse l’occasione per lasciare un segno nella storia.
Il libro narra dell’intreccio tra vicende di partito, nazionali e mondiali: dalla Cassa del Mezzogiorno al centrosinistra. Da Nikita Kruscev all’invasione della Cecoslovacchia. Vi è il ritratto di una generazione di figli della buona borghesia liberale attratti culturalmente dal comunismo. La passione dell’essere dirigente di una comunità comunista capace di grande calore verso i capi. Vi è nel libro una lunga sequela, partendo dai fatti di Ungheria, di prese di distanza dalle proprie antiche posizioni. Dal «rapporto con il campo socialista guidato dall’Unione Sovietica», a lungo fondamentale per ogni buon comunista, Napolitano inizia a prendere le distanze grazie alle critiche del suo maestro Giorgio Amendola al sistema sovietico, nel ’61. Vi è, poi, una ricostruzione reticente della principale vicenda che segna la sua vita: morto Palmiro Togliatti, segretario Luigi Longo, la sinistra guidata da Pietro Ingrao passa all’attacco. Il giovane Napolitano difende il segretario nell’XI congresso del 1966, e diviene di fatto vicesegretario. Però nel 1968, quando Longo sta male, viene scelto vicesegretario anche «formale» Enrico Berlinguer.
Nell’autobiografia la vicenda è descritta sottolineando il distacco dell’autore dalle questioni di potere dentro il partito. Interpretazione poco convincente. Più credibile la versione che correva un tempo nel Pci: di un vero trauma di Napolitano per l’elezione di Berlinguer. Un trauma che inciderà per sempre nel suo modo (da quel momento in poi straordinariamente cauto, per usare un eufemismo) di fare politica.
Comunque l’autore ricorda come lascia il lavoro esecutivo e si occupa di questioni «meno affannose». Sarà responsabile del lavoro culturale, poi di quello di massa (i rapporti con il sindacato), con un’altra parentesi di lavoro organizzativo, nella stagione degli anni Settanta: quella delle lotte studentesche e operaie, del Vietnam, delle bombe e del terrore, del compromesso storico, del divorzio, dell’assassinio di Moro.
In questi anni Napolitano ha spesso più a cuore il dialogo con l’ala radicale che la battaglia per un orientamento più aperto del partito. Nell’autobiografia ha qualche parola di critica per le posizioni del suo maestro Amendola, perché «un po’ antiquate»: sfuggendo in parte al nucleo politico antiestremistico che le scelte amendoliane esprimevano. Negli anni Settanta si determinano nella società italiana guasti strutturali non più risanati: la Cgil passa dall’impostazione produttivistica e industriale che fu di Giuseppe Di Vittorio e Agostino Novella a un ruolo pervasivo della società. Da sindacato che contratta a sindacato di potere. Nella Fiom si afferma la linea estremistica che dura fino ai giorni nostri. Nelle scuole e nelle università trionfano corporativismo e degrado del rigore degli studi, in contrasto con l’impostazione meritocratica sostenuta precedentemente da comunisti come Concetto Marchesi e Mario Alicata. Quando questi processi si sviluppano, Napolitano ha funzioni di responsabilità specifica e primaria nel Pci: nell’autobiografia non spiega bene come ha esercitato questo suo ruolo.
Più coerente è il lavoro di Napolitano nel fondamentale campo internazionale, dove diventa interlocutore del socialismo europeo e bestia nera dei sovietici. Commette qualche errore, l’opposizione all’adesione allo Sme, ma su una linea coraggiosa. Anche se per lo più gestita in modo diplomatico: lui stesso ricorda imbarazzato come per polemizzare con Mosca, sia ricorso all’esaltazione della «vera lezione» di Vladimir Lenin.
Anche con Berlinguer la polemica è solo per linee interne (al contrario delle coraggiose esternazioni di Amendola). Lancia messaggi decifrabili solo da ristrette élite. La cautela non gli serve a evitare la svolta a sinistra del Pci e l’allontanamento dell’area più pragmatica dall’effettivo governo del partito.
Da capogruppo alla Camera e poi nel Parlamento europeo, anche dopo la morte di Berlinguer, Napolitano prosegue nella sua tattica diplomatica. Persino a vent’anni di distanza, nel suo libro, c’è più indignazione verso chi lo accusò d’infedeltà che verso le insensate posizioni assunte da Berlinguer su Bettino Craxi o sulla riforma della scala mobile. Solo quando Alessandro Natta sceglie quel demagogo di Achille Occhetto come vicesegretario, Napolitano accetta lo scontro aperto. Nell’88, come ricorda nel suo libro, arriva a mettere in discussione persino l’impostazione togliattiana alla base della formazione del Pci e poi nel congresso del ’91, quando il Pci diventa Pds, guida l’area riformista: con poco seguito tra gli iscritti.
Quando precipita la Prima Repubblica, lui che è stato interlocutore rispettato di Craxi si arrende alla deriva. Mentre i comunisti più vicini a lui, Gerardo Chiaromonte ed Emanuele Macaluso, resistono, lui non solo si piega ma d’intesa con Oscar Luigi Scalfaro asseconda (sia pure con le sue abituali prudentissime distinzioni formali) l’ondata giustizialista: si consideri solo il suo comportamento sul tema dell’immunità parlamentare. Esce dalla vicenda con la patente di notabile della Repubblica, ma di fatto dà un contributo fondamentale all’involuzione dei postcomunisti. Liberi, grazie alla storia, dal legame di ferro con l’Urss, gli ex Pci avrebbero dovuto abbandonare anche quella logica «amico-nemico» e quella cultura antagonistica che ostacolano il corretto funzionamento delle società democratiche.
Con il suo conformismo Napolitano aiuta gli ex Pci supportati dalle procure militanti a evitare la necessaria riflessione critica sul passato. Di tutto ciò si trova ben poco nell’autobiografia.