Napolitano, il presidente ex Pci che riabilita i big della vecchia Dc

Nella sua rilettura storica, ammette anche gli errori di Botteghe Oscure

Massimiliano Scafi

nostro inviato a Napoli

Un sole quasi estivo illumina la villa gialla di Enrico De Nicola a Torre del Greco e riscalda il giardinetto dove il primo presidente della Repubblica italiana, nei momenti di riposo, portava a spasso i suoi pensieri e i suoi cani. Sullo sfondo, il mare del Golfo. Sul retro, c’è un altro busto da scoprire, un altro capo dello Stato da omaggiare, un altro vecchio avversario da rivalutare. Giorgio Napolitano compie il rito con molta partecipazione. Sabato toccava al democristiano Giovanni Leone, ora invece è la volta di De Nicola, amico di famiglia, monarchico fino al midollo e uomo di grandi «capacità e sensibilità». «Accettando la luogotenenza prima del referendum». spiega Napolitano, riuscì a gestire senza danni il «difficile travaglio» del passaggio di regime. Dal Quirinale, e prima ancora dalla Consulta, «con l’inflessibilità di giudizio e l’incoercibile imparzialità» diede l’impostazione decisiva a quegli «organi di garanzia primari» che oggi qualcuno mette in discussione.
Prosegue così la rilettura storica del capo dello Stato. Se l’omaggio a Enrico De Nicola, monarchico-liberale, certo non sorprende, fa scalpore invece la riabilitazione progressiva degli antichi capi di Piazza del Gesù, per mezzo secolo i nemici storici del Bottegone. Sabato a Castel Capuano la beatificazione Giovanni Leone, spinto una trentina d’anni fa proprio dal Pci alle dimissioni per il caso Lockheed, e definito adesso da Napolitano «presidente corretto e rigoroso, un esempio da tutti punti di vista». E la settimana scorsa ad essere celebrato era stato addirittura Amintore Fanfani, il «tappo», il «rieccolo», la tradizionale bestia nera dei comunisti. Un inguaribile conservatore? Tutt’altro, sostiene il presidente. «Fu al centro della ricerca di nuove vie nel momento cruciale in cui diveniva indispensabile una svolta modernizzatrice e riformatrice e quindi un cambiamento degli indirizzi di governo». Il politico aretino va quindi considerato un protagonista «del progresso economico, sociale e civile del Paese».
Che dire poi dello sdoganamento del governo Segni, quello che per decenni la sinistra ha considerato uno dei peggiori gabinetti del dopoguerra? Era il 1956, a Palazzo Chigi c’era Antonio Segni e al Viminale Fernando Tambroni. E in Ungheria i carri armati di Mosca deponevano Nagy e riportavano la pax sovietica. Due mesi fa a Budapest Napolitano ha ammesso pubblicamente l’errore del Pci e anche quello suo personale, condannando «quanti non compresero l’autentica natura di quella rivoluzione, una rivolta di straordinaria lungimiranza». Compresero invece i democristiani dell’epoca, come spiegò il presidente: «Ho reso omaggio alla tomba di Imre Nagy e dei martiri a nome di tutto il Paese e nel ricordo di quanti governavano l’Italia nel 1956 e assunsero una posizione risoluta a sostegno dell’insurrezione e contro l’invasione militare sovietica».
Infine, nei giorni scorsi, le aperture al mondo cattolico sui temi «sensibili» della famiglia e della bioetica. Prima con il Papa, durante la visita ufficiale in Vaticano, quando ha parlato della possibilità di trovare strade comuni su questi argomenti delicati e domandando quasi aiuto al Pontefice per pacificare l’Italia. Poi venerdì scorso al Quirinale, quando ha auspicato «soluzioni ponderate e condivise» in Parlamento sulla libertà della ricerca e la bioetica.
Scarsi invece gli omaggi alle personalità del mondo comunista e della Resistenza. Al punto che, dopo le polemiche sui libri di Giampaolo Pansa, Pietro Ingrao gli ha chiesto di difendere la guerra di Liberazione. E chissà, magari Moretti gli chiederà di dire pure qualcosa di sinistra.