Napolitano richiama i giudici: "No ai protagonismi con fini politici"

Magistrati che fanno «politica di parte», pm che aprono inchieste «per autopromozione personale», toghe che si sentono «investite da missioni fuorvianti», giudici che dimenticano «la terzietà», processi «dalla durata macroscopica» e, per finire, il Csm che dà pareri su disegni di legge «interferendo nel confronto parlamentare» con un «improprio vaglio di costituzionalità».
Sembra Silvio Berlusconi a parlare, invece è Giorgio Napolitano che, con questa veloce illustrazione dei mali della giustizia italiana, accoglie al Quirinale i vecchi e i nuovi membri del «parlamentino» di Palazzo de’ Marescialli. Il discorso del capo dello Stato potrebbe benissimo fare da traccia al possibile intervento del premier al Senato la prossima settimana, intanto serve per fissare il perimetro d’azione del neoeletto consiglio. La chiave è tutta in una frase: per «riguadagnare prestigio e consenso tra i cittadini», servono «rigorose regole deontologiche per i magistrati e per lo stesso Csm».
La P3? Certo, Napolitano è «turbato e allarmato» dai «fenomeni di corruzione e dalle trame inquinanti, alla luce di vicende recenti di ampia risonanza e di indagini in corso». L’ha già detto la settimana scorsa, durante la cerimonia del ventaglio. Del resto queste «squallide consorterie» non possono piacere a nessuno, anche se, aggiunge, «spetterà alla magistratura accertare l’effettiva fisionomia e rilevanza penale». Bisogna «vigilare con rigore», ma bisogna pure che il Consiglio superiore si dia un regolata. Oggi infatti, agli occhi «dell’opinione pubblica», alcune scelte del Csm sembrano condizionate da «pratiche spartitorie rispondenti a interessi lobbistici, logiche trasversali, rapporti amicali o simpatie e collegamenti politici», tutte cose che colpiscono «la credibilità morale e l’imparzialità» del magistrato.
Distorsioni che Napolitano aveva denunciato a gennaio e che non sono state risolte, se adesso chiede ai nuovo plenum di «regolare in modo più restrittivo il transitare all’attività politica e il rientrare nella carriera giudiziaria», di «contrastare decisamente oscure collusioni di potere», di finirla con le «esposizioni mediatiche a fini politici e di autopromozione». Occorre insomma, «nei momenti caldi della società, conservare la testa fredda e tornare ad amministrare la giustizia senza missioni».
L’ultimo monito riguarda «l’equilibrio di cui dovranno farsi carico le riforme della giustizia». Quanto al contenuto, il capo dello Stato non si pronuncia: «Sugli annunci e sulle ipotesi non ho nulla da dire. Attendo di conoscere testi di proposte concrete da discutere in Parlamento, per fare quello che mi compete». Come dire: non tiratemi per la giacca prima del tempo. È quello che ha spiegato venerdì sera anche alla delegazione del Pd che gli chiedeva di fare qualcosa per lo scontro Berlusconi-Fini: «Il presidente della Repubblica ritiene doveroso restare estraneo al merito di discussioni e decisioni interne ai partiti». Amen.