Napolitano rimane alla finestra: serve una terapia choc sui conti

Il presidente ha seguito il discorso alle Camere dalla spiaggia di
Stromboli. L’allerta resta alta: "In due ore posso tornare a Roma. In
qualsiasi momento"

Roma - «Da Stromboli in due ore si arriva a Roma», e il presidente è pronto a tornare «in qualsiasi momento», spiegano dal Colle.
Giorgio Napolitano ha rimandato le ferie, e se poi martedì ha deciso di partire è stato proprio per non dare «un segnale troppo negativo» sulla situazione del paese: un gesto tranquillizzante, insomma, in concomitanza con un’assunzione di responsabilità davanti al Parlamento da parte del governo. Non era stato il capo dello Stato a premere perché Berlusconi parlasse alle camere, si spiega dal Colle, però certo tramite i consueti canali diplomatici, Gianni Letta in primis, Napolitano aveva caldeggiato un segnale di maggior presenza e reattività del governo in un momento così difficile. Dopo il doppio intervento di Berlusconi alle Camere, però, dal Quirinale non trapelano reazioni né di delusione né di apprezzamento: un giudizio sospeso, davanti alle scelte della politica e dell’esecutivo, in attesa di vedere cosa accadrà al tavolo dell’incontro con le parti sociali e poi, naturalmente, sui mercati. L’allerta rimane alta, e quel «si torna in due ore» lascia intendere che ci si tiene pronti a tutto.
Tra i parlamentari, quelli più in sintonia con il Colle azzardano però che il presidente della Repubblica, che solo ieri aveva esplicitato la propria «preoccupazione» per l’andamento delle Borse e dell’economia reale italiana, e aveva assicurato di voler «seguire attentamente gli esiti del confronto in Parlamento», ieri sera fosse tutt’altro che soddisfatto e rassicurato da quanto è emerso dalle aule di Montecitorio e del Senato. Certo se si aspettava qualche annuncio di intervento concreto da parte del governo, con la scelta di anticipare e integrare le misure contenute nella manovra varata a luglio, magari concordandolo con le opposizioni, dall’intervento del premier non è emerso alcun indizio in questo senso. Se sperava arrivasse il messaggio di qualche «terapia choc» per fronteggiare l’emergenza, magari cogliendo l’occasione del ddl bipartisan firmato in Senato da Enrico Morando (Pd), Mario Baldassarri (Fli) e Giuseppe Pisanu (Pdl) sulla costituzionalizzazione del pareggio di bilancio, come suggerisce un esponente Pd vicino a Napolitano, nulla di tutto ciò è arrivato, al di là di generici apprezzamenti per gli appelli alla «coesione nazionale» invocata dal Colle. Per altro immediatamente ridimensionati dal duro intervento del neo-segretario Pdl Angelino Alfano, con la sua orgogliosa rivendicazione di autosufficienza della maggioranza. E Napolitano sa bene che la situazione, da questo punto di vista, è effettivamente bloccata: i numeri in parlamento ci sono, e la coalizione continua a tenere. Né l’opposizione pare in grado di aprire varchi politici diversi. Qualcosa di più, par di capire, il Quirinale se lo aspettava anche da quel fronte. Durante una lunga e tormentata riunione nel gruppo parlamentare del Pd, ieri, molti dirigenti di primo piano, da Walter Veltroni a esponenti dalemiani, avevano sollecitato il segretario a smussare la linea del «dimissioni e elezioni» secondo il modello spagnolo più volte evocato in questi giorni da Bersani. «La situazione in Spagna è diversa - ha argomentato Veltroni - Zapatero non ha una maggioranza, che Berlusconi invece ha, e comunque ha fissato la data tra 8 mesi, e in presenza di un’alternativa concreta costituita dai popolari». Ma dopo «il nulla» dell’intervento berlusconiano e «la chiusura nel bunker» di Alfano, come dice il lettiano Francesco Boccia, è finita che le opposizioni (salvo il prudente Casini) si sono chiuse a riccio, reclamando le dimissioni del premier.