Napolitano rimpiange i suoi comizi giovanili

Povero Napolitano. Il suo «basta coi politici in tv» merita qualche glossa meno maliziosa dell’ovvia allusione al fatto che dopotutto anche lui suole spesso apparire in tv. Per apprezzare il suo mònito occorre però collegarlo alle struggenti parole con cui egli, nel medesimo discorso, ha nostalgicamente evocato i comizi in piazza della sua leggendaria giovinezza. Nulla infatti fa risplendere la mente e l’anima di quest’uomo come l’espressione della sua nostalgia per i suoi formidabili anni Cinquanta.
Da questo suo salmo in gloria dei suoi antichi comizi sembra fra l’altro doversi dedurre che oggi egli pensa che essi fossero molto più signorili delle imprese videologiche di oggi. E naturalmente ha ragione. Volete mettere la superficialità e la volgarità del discorso politico dal video di ogni specie e forma (telegionale, teleintervista, teledibattito, talk-show, spot propagandistico e simili) con la finezza e la profondità del caro vecchio comizio in piazza?
Oh la bellezza, il fascino, l’incanto di quegli immensi raduni che indipendentemente dal colore delle bandiere che garrivano sui suoi palchi, furono e sono tuttora (nella misura in cui il sacro rito sopravvive ancora oggi) mirabili sagre di armenti di devoti gregari disposti in primo luogo ad aspettare pazientemente per ore l’arrivo degli oratori davanti a una tribuna imbandierata, sotto il fiotto incessante delle parole d’ordine e degli inni di partito vomitati dagli altoparlanti gracchianti, e in secondo luogo decisi ad ascoltarli in silenzio per altrettante ore, essendo loro concesso soltanto, dalla struttura stessa dell’evento, il dovere di ascoltare e di applaudire la parola dei loro capi bercianti a turno dal palco...
Come insomma non capire le ragioni per cui un vecchio gentiluomo come il nostro Presidente trova l’epica di quei raduni più gustosi della scena orribilmente privata, domestica, pacifica e borghese del cittadino isolato che seduto davanti al proprio televisore, non di rado circondato dai suoi schifosissimi cari, decide di ascoltare, se ne ha voglia, questo o quell’altro dei tanti discorsi politici, di ogni possibile orientamento, in circolazione nel suo villaggio elettronico, restando libero dal principio alla fine, non appena si sia stufato, di tappare la bocca a qualsiasi tribuno spegnendo di botto l’apparecchio, o saltando in un altro canale?
Bisognerebbe, infine, avere un cuore di pietra per resistere alla tentazione di chiedere a questo bravuomo se questa sua nostalgia per le sue giovanili prestazioni comiziesche comprende anche i concetti che egli espresse quando, ormai mezzo secolo fa, mentre i carri armati russi schiacciavano l’insurrezione di Budapest, in quelli che restano forse i suoi comizi più memorabili, spiegò a vaste masse di compagni che l’intervento sovietico aveva «contribuito non solo a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ma alla pace nel mondo».
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