Napolitano: sì a una riforma della giustizia

Il presidente della Repubblica sulle proposte di modifica
all’ordinamento giudiziario: "Non se ne dovrebbe in alcun modo negare
la necessità". Sul lodo Alfano: "L’ho firmato in modo meditato e motivato, indipendentemente da sollecitazioni"

Roma - Stromboli, per una settimanella di bagni sotto il vulcano. «Non ci vado da tre anni». Poi la Maddalena, che piaceva tanto a Ciampi. Napoli invece no e Capri nemmeno. Ma il capo dello Stato spera che in vacanza ci vada l’intero Palazzo. Sono stati mesi bollenti, dice, «ci si prenda tutti una pausa di riflessione». Bisogna rinfrescarsi le idee «in vista della ripresa autunnale» e di alcune riforme indispensabili. Quella della giustizia innanzitutto: «Non se ne dovrebbe da nessuna parte negare la necessità». E quelle istituzionali per le quali, «piaccia o non piaccia, non c’è altra strada che la ricerca di larghe intese». Siamo all’ultimo avviso. «Il Paese non ha alternativa, o le riforme o il nulla».

Giorgio Napolitano riceve i quirinalisti per i saluti estivi, poi i vertici della stampa per la tradizionale consegna del ventaglio. A tutti affida lo stesso messaggio: l’Italia ha bisogno di dialogo, invece si sta avvitando in risse inutili e dannose o in «stucchevoli dispute» su chi vuole realmente il dialogo. «Tra maggioranza e opposizione deve stabilirsi un riconoscimento e ascolto reciproco, un confronto corretto e costruttivo fino al momento della decisione. Ma nelle ultime settimane è diventato palpabile il rischio che si ricada in un clima convulso di chiusura e di scontro. Non è questo muro contro muro che il Paese vuole e di cui ha bisogno».

L’arbitro dunque fischia il break. «Ci sono punti fuori discussione. Il governo ha il diritto-dovere di governare, di fare le sue scelte assumendosene le responsabilità, misurandosi nel merito con l’opposizione in un confronto argomentato e aperto. E se all’esecutivo «spetta agire per dare attuazione al suo programma», deve «tuttavia muoversi nell’ambito delle norme vigenti, finché non vengano modificate per rendere più spedito il procedimento legislativo». Troppi decreti d’urgenza, troppi voti di fiducia, serve «un più corretto equilibrio tra governo e Parlamento». I presidenti di Camera e Senato, «vigileranno, lo so», mentre il capo dello Stato «interviene discretamente sulle regole, guardandosi bene dall’interferire nella dialettica politica assumendosi il ruolo improprio del colegislatore».

Napolitano ricorda come «in questi due mesi il discorso ha riguardato i provvedimenti sulla sicurezza e l’economia» e riconosce al governo «la prova di saggezza dimostrata nel prestare attenzione ai rilievi mossi nell’interesse generale dal Quirinale. È accaduto per il lodo Alfano. «Ne ho firmato la promulgazione nel modo più meditato e motivato, indipendentemente da sollecitazioni in qualsiasi senso. Mio solo punto di riferimento è stata la sentenza della Corte costituzionale del 2004. Ogni altro legittimo giudizio è politico e non può coinvolgere o chiamare in causa il presidente della Repubblica. Si stia attenti, da parte di tutti, a doverose distinzioni di ruoli».

La smettano Di Pietro, Grillo e altri di tirare la giacchetta.
Si spera perciò che con il fresco dell’autunno torni nell’aria di Roma un po’ di mitezza. «Liberiamoci dalle angustie di una polemica politica che finisce, perdendo il senso della misura, per scadere nella volgarità e nell’inguria, per venir meno al rispetto da tutti sempre dovuto alle istituzioni e ai simboli della Repubblica», dice Napolitano alludendo alle parole di Bossi sull’Inno di Mameli e alle tirate di Grillo. Il modello giusto, spiega, è un altro, è quello proposto da Roberto Calderoli. «Ho apprezzato, e lo cito come esempio positivo, l’approccio misurato e aperto all’ascolto con cui è stata avviata l’elaborazione del ddl sul federalismo fiscale».

La via per le riforme è quella. Al primo posto la giustizia. «Nessuno può negarne la necessità, sotto il profilo degli assetti organizzativi e procedurali da rivedere per assicurare un efficace servizio ai cittadini, ma anche sotto l’aspetto delle regole e l’equilibrio con la politica». Basta con le intercettazioni «voyeUristiche», con la «tecnica della spettacolarizzazione dei processi» e con i «teoremi giudiziari alternativi». Così, conclude, non se ne esce.