Napolitano scavalca Plinio: «Macchie nella Resistenza»

«Le ombre della Resistenza non vanno occultate». E poi, scandendo con forza le parole: «La Resistenza non può appartenere solo a una parte della nazione, ma dev’essere al centro di uno sforzo volto a ricomporre, in spirito di verità, la storia della Repubblica». Infine: «C’è stato solo un mito privo di fondamento storico reale e usato in modo fuorviante e nefasto, quello della cosiddetta “Resistenza tradita“, che è servito ad avvalorare posizioni ideologiche e strategie pseudo-rivoluzionarie di rifiuto e rottura dell’ordine democratico-costituzionale». Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano celebra a Genova la giornata del 25 Aprile puntando il suo intervento a Palazzo Ducale sullo spirito di pacificazione che era stato auspicato da molte parti politiche, nei giorni scorsi, in particolare dal capogruppo di An in Consiglio regionale Gianni Plinio che aveva chiesto apertamente alla massima istituzione del Paese di ricordare i combattenti e i morti dei due fronti. E Napolitano non si sottrae: insiste sull’esigenza di «raccontare la Resistenza, coltivarne la storia, senza sottacere nulla». E questo vale, aggiunge il capo dello Stato, «per i fenomeni di violenza da cui non fu indenne la Resistenza, specie alla vigilia e all’indomani della Liberazione». Tutto ciò, senza che «un’analisi ponderata significhi in alcun modo confondere le due parti in lotta, appiattirle sotto un comune giudizio di condanna o assoluzione».
L’applauso del pubblico scatta convinto, ed è certamente bipartisan, nella Sala del Maggior Consiglio, gremita di autorità e invitati, in quel Palazzo Ducale che è stato appena ripitturato di fresco e sottoposto ad accurato restyling proprio per la visita dell’illustre ospite. Il presidente era arrivato dopo una breve sosta al Ponte monumentale, dove ha deposto corone d’alloro alle lapidi che ricordano i partigiani e l’atto di resa delle truppe tedesche. Prima di risalire nell’auto blindata Napolitano si limita a salutare con ampi gesti della mano la folla che si è assiepata dietro le transenne, lungo via Venti Settembre fino a De Ferrari. «Meno male» sospira un dirigente della Digos che ricorda «altri tempi, con il presidente Pertini che non si sapeva mai cosa avrebbe fatto. E ci teneva tutti in tensione...». Napolitano, invece, rispetta il protocollo di sicurezza e il cerimoniale. Ma quando arriva a piazza Matteotti, c’è Giovanni che riesce a fendere il cordone di body guard: è un bambino che sfugge al controllo dei genitori e si avvicina senza inibizioni al Capo dello Stato. È un attimo: la sicurezza cerca di fermarlo, ma è lo stesso Napolitano ad invitare il bimbo ad avvicinarsi e a scambiare qualche parola con lui. Intanto, si è appena spenta l’eco dei fischi che hanno accolto il passaggio del cardinale Angelo Bagnasco. A rivolgersi contro il capo dei vescovi italiani (con cui poi Napolitano si intratterrà per una ventina di minuti a colloquio privato) è una schiera sparuta, ma rumorosa di contestatori che riesce a sovrastare gli applausi del resto delle persone che sostano sulla piazza. Ma rimane per molto, nell’aria, il suono sinistro dell’ennesimo attacco gratuito al presule che da un anno, per le ripetute minacce ricevute, è costretto ad essere accompagnato dalla scorta.
Nella grande Sala, intanto, alle 17 in punto, prende il via la cerimonia ufficiale. A «introdurre», da par suo, suonando il Cannone di Paganini, è il maestro Mario Trabucco. Poi è la volta del saluto del sindaco Marta Vincenzi a nome della città medaglia d’oro della Resistenza: «C’è bisogno più che mai di ostinato rigore» sottolinea il primo cittadino, ricordando il motto del Cln ligure. Interviene anche il senatore Raimondo Ricci, e poco opportunamente fa una lezione di storia «da una parte sola» che pare fuori luogo di fronte a un uomo come Napolitano che quegli avvenimenti ben conosce avendoli vissuti di persona. Ci pensa il Capo dello Stato a richiamare valori condivisi: «Dobbiamo giungere sempre più decisamente a questa condivisione, a questo comune sentire storico». Napolitano legge il discorso, ma si sente che le parole, le espressioni, persino le pause sono «le sue». Ricorda ancora che fu «molto importante il concorso dei militari», cita Natalia Ginzburg - «Eravamo lì per difendere la patria, le strade e le piazze delle nostre città, i nostri cari e la nostra infanzia, e tutta la gente che passava» - e ancora il saggio di Claudio Pavone, in cui è stato messo in evidenza «il profilo di una guerra patriottica e quello di una guerra civile, a lungo negato o considerato con ostilità e reticenza, da parte delle correnti antifasciste». Per concludere: «Nessuna delle forse politiche oggi in campo può rivendicare in esclusiva l’eredità della Resistenza. È un patrimonio che appartiene a tutti e vincola tutti». È il momento dei doni: il Grifo d’oro consegnato da Marta Vincenzi, la targa del Dopolavoro Ansaldo, ed anche l’immancabile albanella di pesto di Zeffirino. La visita di Napolitano si conclude a Villa Migone, dove venne firmato l’atto di resa dei tedeschi: un appuntamento fortissimamente voluto dal presidente del Consiglio regionale Mino Ronzitti e accettato con entusiasmo dal Capo dello Stato. È l’epilogo di una giornata festosa che neanche i fischi dei «fascisti rossi» riescono a offuscare.