Napolitano scioglie il parlamento Voto tra 68 giorni

&quot;Amareggiato per l’ottima occasione persa&quot; sulle riforme, il capo dello Stato oggi fissa la data: alle urne il 13 aprile. Solo la legislatura del biennio ’92-94 è durata meno, <strong><a href="/a.pic1?ID=239215" target="_blank">i 22 mesi di Prodi</a></strong>

Roma - L’ultimo dubbio cade al tramonto, quando sul Colle rispunta la sagoma del Lupo. Ma Franco Marini stavolta non ha niente da esplorare e non ha spiragli da aprire, deve solo prendere atto che sta per suonare la campanella del tutti a casa. E un’ora dopo tocca a Fausto Bertinotti partecipare allo stesso rito. Convocandoli «ai sensi dell’articolo 88 della Costituzione», Giorgio Napolitano dà infatti il via alla procedura che porterà oggi allo scioglimento delle Camere. Così, tra udienze, timbri e carte bollate, scorrono i titoli di coda della XV legislatura. Ma la parola fine il capo dello Stato la scriverà solo oggi, quando annuncerà la sua decisione, emanerà il decreto e spiegherà pubblicamente le ragioni che, «con dispiacere e preoccupazione», lo hanno condotto a questa scelta, «la più grave e difficile per un presidente della Repubblica».

L’ultima formalità è rimandata a stamattina, quando al Quirinale salirà Romano Prodi per controfirmare il testo preparato dal Colle. Subito dopo il Professore tornerà a Palazzo Chigi e riunirà il Consiglio dei ministri che deve convocare le elezioni. La data è già decisa, 13 e 14 aprile. Il governo infatti è intenzionato ad accorpare le politiche con le amministrative. C’è però un giorno di sfasamento, visto che, secondo la legge, il voto locale dovrebbe svolgersi tra il 15 aprile e il 15 giugno. Per l’election-day servirà quindi un decreto ad hoc del ministero dell’Interno. Votare una volta sola, questa la motivazione, fa risparmiare le casse dello Stato e riduce l’astensionismo. Ma il provvedimento provocherà qualche polemica del centrodestra, che si considera svantaggiato nelle tornate amministrative. E un altro decreto, quello sul referendum, è stato già sfornato. Il governo ha indicato come data il 18 maggio: ma con lo scioglimento delle Camere, la consultazione popolare sulla riforma elettorale slitterà di un anno secco.

L’ultimo atto andrà dunque in scena verso mezzogiorno. Poi calerà il sipario e andrà in archivio la più breve legislatura della storia repubblicana: dal 28 aprile 2006 al 13 aprile 2008, poco più di 23 mesi. Battuto il record della breve Seconda repubblica, che sembrava a prova di bomba. Quello dell’undicesima legislatura, che in piena bufera Tangentopoli riuscì a durare due anni, dal 23 aprile 1992 al 14 aprile 1994, con Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi che si diedero il cambio a Palazzo Chigi.

Ma prima di concludere il «percorso istituzionale» che porterà a un nuovo Parlamento, Napolitano ha intenzione di tirare pubblicamente le somme di questi ultimi dieci-quindici giorni, seguendo quell’«obbligo di trasparenza» che lui stesso ha inaugurato durante la crisi dell’anno scorso. Il capo dello Stato, si sa, è «amareggiato» per la piega che hanno preso le cose. «Si è persa un’ottima occasione - si è sfogato nelle ultime ore - per iniziare un cammino virtuoso di dialogo tra i poli, approvando una legge elettorale capace di assicurare stabilità e governabilità». Fare quella riforma, secondo il Quirinale, non era un modo per perdere tempo ma «una risposta» alle esigenze del Paese.

Certo, per mettere in piedi un governo «finalizzato» alle riforme, sarebbe servito quel «largo consenso» che né lui né l’esploratore Marini hanno trovato nelle consultazioni. Un’operazione difficilissima, viste le risse e gli scontri che hanno fatto da corollario alla caduta del Professore. Il capo dello Stato si è molto irritato per l’ostinazione di Prodi, che ha reso ancora più complicato il suo tentativo di mediazione. Dunque, pessimismo fin dall’inizio e pochi «spiragli». Si spera solo che il lavoro di ricucitura istituzionale dia dei frutti almeno per il dopo.