Napolitano sorpreso e irritato, la Corte cancella la sua firma

Il presidente, che aveva avallato il Lodo, viene smentito dai giudici e
attacca: "Cambiate le carte in tavola". Ma finisce nel mirino di
Berlusconi e Di Pietro

Roma «Sorpreso», prima. Poi «sconcertato» e alla fine pure «irritato». Giornata nera sul Colle. All’ovvio e ufficiale «rispetto per la sentenza» si accompagna infatti un articolato e puntuto «stupore»: era stata proprio la Corte, si sottolinea, a stabilire che per la sospensione dei processi non serviva una legge costituzionale. Adesso invece è come se avessero «cambiato le carte in tavola».
Certo, che la legge Alfano passasse senza problemi il vaglio della Consulta, questo al Quirinale non lo pensava davvero nessuno: dopo aver fiutato l’aria, salvare il «soldato Lodo» era considerata una mission impossible. Però nessuno pensava nemmeno che dall’Alta Corte uscisse a un simile verdetto. Cioè, una bocciatura totale che taglia la strada a possibili decreti correttivi e che, nella forma e nella sostanza, smentisce clamorosamente il capo dello Stato e le motivazioni con le quali aveva siglato il provvedimento. E dopo lo sfregio istituzionale, le accuse di Berlusconi che si sente «preso in giro» e persino lo sgarro del solito Tonino Di Pietro: «Spero che d’ora in avanti il presidente non sia più così frettoloso nel firmare provvedimenti incostituzionali e immorali». Davvero «irritante».
No, non è proprio del suo miglior umore Giorgio Napolitano. Non deve far piacere, al garante massimo delle istituzioni, essere contraddetto da un altro organo di garanzia. Non può certo essere felice un arbitro quando viene smentito da un guardalinee. E ovviamente non lo rallegrano le frasi pronunciate a caldo da Silvio Berlusconi sul portone di Palazzo Grazioli: «Il capo dello Stato sapete voi da che parte sta. Abbiamo tre giudici costituzionali eletti da tre presidenti della Repubblica di sinistra che fanno della Consulta un organo politico e non di garanzia». Parole che potrebbero far pensare a un doppio gioco di Napolitano, a una sua pressione per far bocciare il lodo Alfano, a promesse non mantenute.
E invece, fanno notare sul Colle, è esattamente il contrario. Basta rileggersi la nota con cui il due luglio 2008 il Quirinale autorizzò la presentazione alle Camere della legge: «Punto di riferimento per la decisione del capo dello Stato è stata la sentenza numero 24 del 2004». In quella occasione la Consulta «non sancì che la norma di sospensione dei processi per le alte cariche dello Stato dovesse essere adottata con legge costituzionale», bastava cioè una legge ordinaria parlamentare. Di più: «La Corte giudicò “un interesse apprezzabile” la tutela del bene costituito dalla “assicurazione del sereno svolgimento delle rilevanti funzioni che ineriscono a quelle cariche”, rilevando che tale interesse “può essere tutelato in armonia dei principi fondamentali dello Stato di diritto, rispetto al cui migliore assetto la protezione è strumentale”».
Giudizio positivo confermato il 23 luglio 2008, quando Napolitano firmò il lodo: «Non essendo intervenute in sede parlamentare modifiche all’impianto del provvedimento, salvo un’integrazione al comma 5 dell’articolo unico diretta a meglio delimitarne l’ambito di applicazione, il presidente della Repubblica ha ritenuto di procedere alla promulgazione della legge». Solo pochi giorni più tardi, il 28 luglio, ricevendo i giornalisti per la cerimonia del Ventaglio, il capo dello Stato tornò sull’argomento con parole molto chiare: «Ho firmato la promulgazione nel modo più meditato e motivato, indipendentemente - com’è nel mio dovere - da sollecitazioni in qualsiasi senso. Mio solo punto di riferimento è stato, nei termini che ho indicato, la sentenza della Corte Costituzionale». Napolitano sperava di placare le polemiche: «Il mio forte auspicio è che adesso il confronto sulla riforma della giustizia venga condotto non più all’insegna delle contrapposizioni irriducibili ma in modo da avvicinare le posizioni e da rendere possibili delle intese concrete».
Si è visto. Adesso sul Colle c’è amarezza per la piega che stanno prendendo le cose e preoccupazione per gli scenari che si profilano. E anche un leggero fastidio per le parole del Cavaliere. Dopo essersi attirato gli strali della sinistra, con Di Pietro in prima fila, per aver dato il via libera, oltre al lodo Alfano, allo scudo fiscale, al pacchetto sicurezza e ad altre misure contrastate, Napolitano non si aspettava che si aprisse un fronte con Palazzo Chigi. Per colpa della Corte che «ha cambiato le carte».