Napolitano spegne il golpe: "No al voto"

Il presidente della Repubblica gela l’opposizione dopo il pressing per
lo scioglimento delle Camere e rifiuta qualsiasi forzatura della
Costituzione: "Il governo regge finché ha la maggioranza e opera di
conseguenza"

Roma - «Io credo che un governo regge finché dispone della maggioranza in Parlamento e opera di conseguenza». Giorgio Napolitano concede una lunga intervista al domenicale tedesco Welt am Sonntag, alla vigilia della sua visita ufficiale in Germania, e detta parole chiare sulla possibilità di chiudere anticipatamente la legislatura.

Un verdetto che suona come uno schiaffo sonante per tutti coloro che da settimane sperano in un fischio malandrino e di parte dell’arbitro e si esercitano nel consueto sport del «tiro della giacchetta», vagheggiando il ritorno alle urne oppure una sorta di governo del presidente. Il capo dello Stato, al contrario, osserva la realtà. E non ci sta a guardare la situazione politica soltanto con l’occhio sinistro o ad ascoltare gli «inviti», più o meno espliciti, che gli vengono rivolti, soprattutto da alcuni giornali progressisti, quelli che chiedono al «migliorista» Napolitano di forzare il cancello della democrazia e creare le condizioni migliori per creare un’alternativa a Berlusconi, derubricando tra le varie ed eventuali il rispetto della sovranità popolare. Quegli stessi giornali che negli ultimi diciassette anni, dal ribaltone del ’94 a oggi, non hanno fatto altro che sostenere che il presidente della Repubblica non può sciogliere le Camere se c’è una maggioranza in Parlamento, quale che sia. E oggi, con folgorazione repentina, hanno cambiato idea.

Nessuna scorciatoia e nessuna procedura inaudita, dunque, nei pensieri dell’inquilino del Colle. «Il mio dovere è gestire le situazioni difficili», ripete. E nessuna volontà di fare da sponda a coloro che, in questi giorni, gli hanno ricordato con fare saputello che l’articolo 88 della Costituzione stabilisce che «il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse». Piuttosto Napolitano rivendica una applicazione lineare e non acrobatica delle sue prerogative. E predica la ricerca della stabilità dei governi, lo stimolo e il controllo del corretto funzionamento delle istituzioni democratiche. Far saltare il banco del governo è dunque nient’altro che una inconsistente fantasia, un sogno impossibile, una forzatura neppure immaginabile di fronte a una maggioranza che - grazie ai nuovi arrivi e al controesodo da Futuro e libertà - allarga il suo margine, ed è ormai attestata a quota 320 oltretutto con probabili nuovi ingressi nelle prossime ore.

Il capo dello Stato, naturalmente, guarda anche all’attualità nel suo complesso. E accetta di rispondere a una domanda diretta sul caso Ruby e sul coinvolgimento del presidente del Consiglio che, dice Napolitano, ha «le sue ragioni e buoni mezzi giuridici per difendersi dalle accuse». Perché «sia la nostra Costituzione, sia le nostre leggi garantiscono che un procedimento come questo, in cui si sollevano gravi accuse che il presidente del Consiglio respinge, si svolgerà e concluderà secondo giustizia. Confido nel nostro stato di diritto». Napolitano esprime poi preoccupazione, una volta di più, per i toni «troppo clamorosi, eccessivi» della nostra politica e per la «mancanza di misura». «I partiti si scontrano, si dividono e tutto questo - sottolinea Napolitano - in un certo modo è normale in una democrazia. In Italia, tuttavia, ciò degenera in una vera e propria guerriglia politica».

Il presidente della Repubblica si concede poi uno sguardo retrospettivo, una sorta di bilancio redatto con l’inchiostro dell’amarezza, sulle speranze tradite della stagione bipolarista. In Italia «non siamo riusciti a trovare un nuovo assetto politico che fosse stabile. Speravamo di pervenire, attraverso riforme elettorali, a un sistema partitico bipolare solido: da una parte il centrodestra, dall’altra il centrosinistra, nella chiarezza dell’alternanza. Sembrava tanto semplice, ma non lo fu. Vi sono state invece nuove escrescenze, nuove frammentazioni. A ciò si aggiunge che ci sono anche molti personalismi dentro e attorno ai partiti». Se si volesse tirarlo per la giacchetta si potrebbe pensare a un modo sobrio e austero per riflettere in negativo sulle grandi ammucchiate antiberlusconiane auspicate a sinistra. Ma l’abito del presidente è già troppo sollecitato dai tanti predicatori di moral suasion a senso unico per pensare anche soltanto di sfiorare un angolo del suo doppiopetto.