Napolitano striglia il governo «Occupatevi dei precari»

Il capo dello Stato va in soccorso di Mussi: «Rivedere i salari più bassi». E Fassino fa dietrofront: «Bisogna trovare i soldi»

Massimiliano Scafi

nostro inviato a Torino

Cartelli, striscioni, qualche slogan contro Prodi e la manovra. E un appello accorato, diretto: «Napolitano, aiutaci tu». Davanti al Politecnico, i ricercatori che protestano per i tagli all’università. Dentro, nell’aula magna, dove è in programma una laurea honoris causa per Rita Levi Montalcini, il presidente che ascolta le lamentele di un rappresentante dei precari e promette di dare una mano: «È un problema molto serio - ammette - , bisogna risolverlo. Mi auguro che possa essere affrontato positivamente nelle sedi giuste, cioè in Parlamento». Parole simili le aveva pronunciate la sera prima con il rettore di Torino Ezio Pellizzetti, che gli illustrava la situazione degli atenei: «Sto seguendo con attenzione la normativa della Finanziaria e mi auguro che le riduzioni dei salari più bassi, ad esempio ai ricercatori di prima nomina, vengano rivisti».
Il capo dello Stato è quindi «attento» e «sensibile» a queste rivendicazioni e più in generale agli storici problemi economici delle università. Il suo «auspicio», spiegano, è che «si tenga conto di certe esigenze e che si possa trovare una soluzione nel confronto parlamentare e con le parti sociali». Nei giorni scorsi Fabio Mussi, di fronte alle pesanti sforbiciate che si profilano per il suo ministero, aveva minacciato di andarsene. E adesso ha trovato sponda addirittura sul Colle. Poche ore e c’è già un primo risultato, il via libera dei Ds. «Occorre trovare nella Finanziaria i soldi per i precari dell’università», dice infatti Piero Fassino, anche lui a Torino. «Le sollecitazioni del capo dello Stato in questo senso - aggiunge - sono giuste. Il governo è sensibile a queste richieste e lo sono pure i gruppi parlamentari». Il problema comunque è sempre quello, dove trovare i fondi. Il segretario della Quercia se ne rende conto: «Stiamo individuando le soluzioni possibili per dare maggiori risorse all’università, in modo da assicurare la giusta remunerazione».
Dialogo e ascolto, questa dunque la linea del Quirinale, che il presidente ripete al Lingotto, all’inaugurazione dell’incontro della comunità del cibo Terra Madre: «Ho la responsabilità di rappresentare tutto il nostro popolo». Giorgio Napolitano la settimana scorsa aveva chiesto al governo di «non arroccarsi», invitandolo a cercare convergenze le più ampie possibili sulla legge di bilancio. Sì alle intese, no al muro contro muro: per questo ora non può certo aver accolto con soddisfazione la decisione del governo di ricorrere alla fiducia per far passare il decreto fiscale collegato. Ma sul merito, silenzio assoluto. Come pure sulle continue scosse telluriche che terremotano la maggioranza: «Le fibrillazioni dell’esecutivo? Il presidente - dicono i suoi - si tiene informato ed esercita il suo ruolo».
Un ruolo che prevede la predicazione nel deserto, cioè il costante appello ai poli ad abbassare i toni. E infatti accenti bipartisan si trovano anche nel discorso che Napolitano pronuncia al campus Onu. «L’elezione dell’Italia a membro non permanente del consiglio di sicurezza per il biennio 2007-2008 - dice - è il coronamento degli sforzi tenacemente dispiegati dalla nostra diplomazia sotto la guida dei governi che si sono succeduti. È il riconoscimento, di cui prendiamo atto con orgoglio, del ruolo svolto dal nostro Paese nell’ambito delle Nazioni Unite sin da quando, nel 1955, fu ammessa a farne parte».
L’Onu per il capo dello Stato è «lo strumento essenziale per la costruzione di una società internazionale fondata sulla legalità e la solidarietà». L’Italia, di fronte «al moltiplicarsi di focolai di crisi», fa più della sua parte: «È il sesto contribuente al bilancio ordinario, partecipa alle operazioni di mantenimento della pace con circa diecimila uomini di cui quasi tremila caschi blu, convoglia attraverso le agenzie dell’Onu buona parte delle risorse destinate alla cooperazione allo sviluppo». E con Roma, Brindisi, Trieste e Torino «sta diventando una sede strategia delle Nazioni Unite».