Il narcisismo, patologia da reality

Tutto cominciò in un supermercato dell’Arizona nel 1999, quando ci entrò, per caso, John De Mol, destinato a diventare il più grande produttore televisivo del pianeta. Lì, dentro una cupola di vetro, i responsabili del marketing, avevano chiuso per alcuni giorni un gruppetto di umani. Manichini in carne e ossa in vista per il divertimento dei clienti indaffarati tra gli scaffali carichi di merce. Quando li vide, a De Mol si accese la lampadina di Archimede della Tv ai tempi del web: una vetrina che, anziché esporre abbigliamento mobili cibo, metteva in mostra persone, gente qualunque nella quale i telespettatori avrebbero potuto riconoscersi, specchiarsi, identificarsi. È nata in quel supermercato americano la parabola dei reality show che Paolo Martini, giornalista e autore televisivo, ripercorre nel suo «viaggio nella cosiddetta “realtà” degli spettacoli televisivi genere Grande Fratello» (Reality shock; pagine 141, euro 11, Aliberti editore). La trovata di quella campana di vetro era nella trasparenza del quotidiano, nella spettacolarizzazione del qualunque. In una parola, della normalità. Cosiddetta, però: perché, com’è intuibile e come si è puntualmente verificato, la presenza delle telecamere avrebbe finito per falsare la presunta realtà, fornendone un’immagine quantomeno rifratta.
E poco a poco la realtà si fa opaca. Dal Big Brother che ha per protagoniste persone qualunque, ai reality in stile survivor con i vip costretti a superare le prove più estreme per soddisfare il cinismo dei telespettatori anonimi, le magnifiche sorti e progressive del genere che ha cambiato al televisione cominciano ad esaurire la loro spinta propulsiva. All’ultimo mercato internazionale di Cannes, gli acquisti di reality show hanno segnato il passo, a tutto vantaggio di quiz, fiction e telefilm. In questa stagione, sulle nostre sette reti nazionali l’unico esemplare sopravvissuto con buoni ascolti è stato L’Isola dei Famosi, ma se si va ad analizzare la composizione del pubblico ci si accorge che le percentuali più elevate sono di donne di mezz’età, d’istruzione medio-bassa, residenti al centro-sud. Nella prossima stagione si attende solo l’ottava edizione del Grande Fratello. Stop.
L’overdose è sul telecomando di tutti e, come svela Martini, tra eccessi incontrollati - dalla morte nell’agosto scorso nella savana nigeriana di un concorrente durante una delle solite prove estreme sul set di Ultimate search, all’uso di droga e alcol forniti ai concorrenti prima delle dirette (fonte New York Times) - e falsificazioni delle trame con i copioni pilotati anche nei format italiani più in voga, la credibilità dei reality è ormai ben più che minata. Se il segreto del successo di un programma è solo il cast, non c’è da stupirsi se, come rivela Maria De Filippi, alle selezioni «le persone comuni si presentano già recitando. Imitano, chi più chi meno, dei precisi modelli, come se il reality fosse un gioco di ruolo».
Gossip e trash, con tanto di scandali e vallettopoli annessi, sono solo le scorie più appariscenti di un genere di cui continuano a giovarsi soprattutto settimanali popolari, rotocalchi e talk show che proliferano su questo piccolo mondo di quasi famosi, mezzi famosi e aspiranti famosi. Ma c’è di peggio. L’eredità più dannosa è quella che Martini chiama realiticità: quel virus che, attraverso i sistemi di messaggistica istantanea e le community come Myspace, Second Life e YouTube frequentate dalla «generazione@», ha trasformato anche l’uso di Internet. Così, per dirla con i filosofi della comunicazione, abbiamo aperto al massimo la finestra sul mondo «ma non per guardare fuori, bensì per esibire noi stessi». Il ribaltamento di prospettiva è completo: invece della realtà, dell’altro, della curiosità, al centro di tutto c’è il nostro esibizionismo. Ecco perché, scrive sempre Martini, un evento come Rockpolitik di Celentano - che riportava il «politik» al centro - è stato subito rimosso: troppo eccentrico, controtendenza e rivoluzionario per una Tv dominata dal privato e dall’egotismo.
«Oggi non ha grande importanza sapere da che confessione viene un altro: io, per esempio, vengo dall’ebraismo - dice con la sua solita ironia Woody Allen in Scoop - ma ormai, come tutti oggi, professo il narcisismo». E non è, purtroppo, un ribaltamento che si ferma sulla soglia dei rapporti virtuali, appunto via web. Influenza, ahimé, anche quelli in carne e ossa. Non credo capiti solo a me di imbattermi in persone che riescono a parlare solo o quasi solo di ciò che fanno e pensano loro. O forse sono io che frequento gente sbagliata?