Narcotraffico «in rosa» con i figli come corrieri

da Napoli

L'hanno chiamata operazione «ladies coca» perché a capo di tre organizzazioni, che trafficavano in droga, c'erano tre donne, alcune delle quali, tra l'altro, imparentate tra loro. Le «signore» della cocaina trattavano direttamente con il boss, Gennaro Mazzarella, uno dei capi clan più potenti del centro storico di Napoli. «Chella là è l'omme 'e casa» (quella li è l'uomo di casa), hanno detto alcuni collaboratori di giustizia di Anna Mondariello, 75 anni, detta «Nanninella 'a mercante», la boss delle boss. Anche la Mondariello è stata arrestata all'alba di ieri dai carabinieri del Nas di Napoli, con altre 8 signore, accusate dai Pm dell’antimafia, di un traffico di droga in cui avevano coinvolto, come corrieri, anche i propri figli minorenni. Naturalmente, nel corso del blitz, che ha riguardato Campania, Emilia Romagna e Lombardia, hanno trovato la via del carcere anche gli uomini ma, sono comprimari (16), rispetto alle donne.
La cocaina era distribuita dalle tre organizzazioni, in Campania e, in particolar modo a studenti universitari che vivono nelle zone della Napoli bene, nel Milanese e nella costiera romagnola, soprattutto dove si trovano i locali più gettonati di Rimini e Riccione.
Dalla attività investigativa dei carabinieri sarebbe emerso lo sconcertante fenomeno dei minori utilizzati per il traffico della droga. Giovanna Cacace, 44 anni, figlia della Mondariello, aveva messo a lavorare anche la figlioletta di dodici anni. «Non preoccuparti, la bambina è sveglia», spiegava la Cacace ai suoi complici, scettici sulla opportunità di utilizzare una insospettabile minore per trasportare la cocaina. Ma, la bambina, non era la sola a fare parte dell’organizzazione a conduzione familiare, capeggiata da mamma Giovanna: a collaborare con la Cacace, infatti, che avrebbe guidato il clan anche nel periodo in cui si trovava agli arresti domiciliari, sarebbero stati anche il fratello Vincenzo e la cognata Silvana Petrone.
Altre due donne in carriera sarebbero Fortuna Esposito, nella cui abitazione tre anni fa fu interrotto un summit di camorra e accusata di trattare in prima persona l'acquisto della cocaina che poi veniva piazzata dai fratelli Vincenzo, Rosario e Antonio Danise.
I militari per ricostruire l'intera attività criminale delle tre organizzazioni, hanno eseguito per mesi un lavoro intenso di intercettazione telefoniche e ambientali, pedinamenti e lunghi servizi di appostamenti davanti alle abitazioni degli indagati.