Naro, il cassiere indagato è un reduce di Mani pulite

Le Tangentopoli passano. Ma i fantasmi del passato, a volte, ritornano. E così, dalle ceneri della Mani pulite che nel ’92-’93 distrusse la vecchia Democrazia cristiana, ecco che rispunta, in questa inchiesta sugli appalti Enav che si allunga sull’Udc e che ha tutta l’aria di essere una riedizione di Mani pulite, un volto non nuovo a inchieste giudiziarie in tema di mazzette e dintorni: quello del segretario amministrativo dell’Udc Giuseppe Naro, tra i protagonisti, vent’anni fa, della Tangentopoli messinese, e adesso indagato dalla procura di Roma perché, accusa l’imprenditore-gola profonda Tommaso Di Lernia e confermano due testimoni, avrebbe preso in consegna una tangente da 200mila euro. Il tutto nella sede storica del partito, quella romana di via Due Macelli, a piazza di Spagna. E non vent’anni fa, ma quasi due anni fa, a febbraio del 2010.

Sarà il prosieguo dell’inchiesta a stabilire eventuali responsabilità del parlamentare, attorno a cui il partito si subito è stretto, imbarazzato, dichiarando fiducia. Ma deve avere avuto come l’impressione di un déjà-vu, l’onorevole Naro, Pippo per gli amici, a tornare suo malgrado alla ribalta per simili vicende. Un déjà-vu di quegli anni horribili che per lui, enfant prodige della vecchia Dc siciliana, presidente della Provincia di Messina a soli 33 anni nel 1981, furono quelli dal ’92 in poi. Un’inchiesta dopo l’altra, in quel periodo nero: quella su alcune foto acquistate dal suo Ente a prezzi gonfiati, costatagli subito la poltrona di presidente, poi una condanna in primo grado a tre anni per abuso d’ufficio e infine una condanna definitiva, a sei mesi, in Cassazione; e poi, nel ’93, la Tangentopoli messinese, una maxi inchiesta su corruzione e concussione legata a una serie di grandi appalti locali per un totale di circa 4mila miliardi di vecchie lire, su cui per lui è calato il sipario nel 2007 con l’assoluzione per prescrizione, ma che di guai gliene ha provocati non pochi.

Un protagonista, in Sicilia, di quell’epoca di inchieste, il segretario amministrativo dell’Udc ora tornato, suo malgrado, alla ribalta. Il primo caso giudiziario, quello che i siciliani ricordano come lo scandalo delle «foto d’oro», esplode nel 1992. E con le dovute proporzioni, ricorda vagamente i meccanismi degli appalti Enav. La Provincia di Messina, di cui Naro all’epoca era presidente, aveva acquistato da uno studio fotografico 462 ingrandimenti di scorci di paesaggio turistico, destinati ad arredare uffici amministrativi e turistici. Costo globale: 357 milioni di vecchie lire, oltre 700mila lire a foto. «Un finanziamento occulto per l’imminente campagna elettorale», tuonò un consigliere del Pri. E la Procura aprì l’inchiesta. Naro fu costretto a dimettersi. Poi arrivarono i processi.

Era solo l’inizio. Nel ’93 la bufera Tangentopoli divampa, un po’ in ritardo, anche in Sicilia. E Naro è in pole position, con gli altri uomini di punta della Dc e del Psi dell’epoca, nelle inchieste. Per lui, già colpito in quel periodo dall’«esilio», un divieto di dimora a Messina, scatta anche un arresto. Alla fine il bilancio dei processi è dalla sua: una condanna definitiva, sei mesi per la storia delle foto contro i tre anni che gli erano stati inflitti in primo grado, e varie assoluzioni per prescrizione. Sembrava tutto finito, acqua passata. L’Udc, in barba alle inchieste all’epoca non ancora chiuse (poco dopo il 2002), aveva dato a Naro tanta fiducia da affidargli la cassa del partito. E invece ora l’incubo ritorna. Con l’inchiesta sugli appalti Enav che ha tutta l’aria di essere l’incipit di un nuovo terremoto.