Narrativa Monnier e Beach, le bisbetiche madrine di Joyce

Chi è Amartya Sen? Questo signore indiano che sfiora gli ottanta anni non è soltanto un Nobel dell’economia. Lo ascolti come si fa con gli ultimi filosofi, uno che da una vita sta riscrivendo lo sguardo sul mondo. E dietro quella voce morbida, di una gentilezza antica, noti qualcosa di ruvido, duro, testardo, come chi sta ridisegnando le mappe slabbrate e accartocciate di questa epoca dove nessuno ha più il coraggio o la voglia di costruire cattedrali. L’idea di giustizia (Mondadori, pagg.458, euro 22) è questo, un essay monumentale, che chiude forse il lavoro di una vita e sta lì come una testimonianza, come una roccaforte, un punto fermo, con cui prima o poi devi fare i conti. Ammettiamolo. È qualcosa di strano in giorni come questi. Nella filosofia di Sen non ci sono più i vecchi confini, Oriente e Occidente cambiano posto, si intersecano, muovono la geografia, dialogano, si misurano. Puoi non condividere molte radici o conclusioni, ma sai che non puoi ignorarlo. La cattedrale c’è.
Quando tanti anni fa ridisegnò la misura della povertà rischiò di passare per terzomondista. Non lo è e non lo è mai stato. Disse, allora, che la povertà non è solo mancanza di soldi, di benessere, ma è qualcosa di più profondo: la povertà limita la vita. Era l’inizio di un percorso. Cos’è la povertà? L’ultima tappa è qui, in queste cinquecento pagine che ruotano intorno a una sola domanda.
Cosa è la giustizia?
«In una manciata di parole?»
Bastano?
«No, ma intanto partiamo da qui. La giustizia ha a che fare con la speranza che ognuno venga trattato correttamente».
La giustizia è un’utopia?
«Una teoria sulla giustizia deve offrire una valutazione sistematica su come ridurre l’ingiustizia nel mondo, piuttosto che interrogarsi solo su come potrebbe essere una ipotetica società perfettamente giusta. Non credo che si troverà mai l’accordo su che volto o forma debba assumere la giustizia perfetta. È molto più saggio trovare un ragionevole accordo sui molti casi di ingiustizia manifesta, come la schiavitù, la fame, la scolarizzazione negata o la mancanza di una sanità accessibile a tutti».
La parola giustizia può far paura. In suo nome troppa gente si è arrogata il diritto di calpestare la libertà. La giustizia evoca il rumore della ghigliottina...
«Non dobbiamo aver paura delle parole. Il fatto che molta gente abbia usato la parola giustizia per compiere crimini non è un buon motivo per cancellarla dal vocabolario. Pensa che ci possa essere giustizia senza libertà?».
Cosa è per lei la libertà?
«Le racconto una storia. Io sono nato a Santiniketan, in Bengala, ma quando avevo otto anni la mia famiglia viveva in un quartiere indù di Dacca. Vi furono scontri tra Indù e musulmani. Un uomo, che era stato appena accoltellato alla schiena, si presentò sanguinante davanti a casa. Mio padre lo accompagnò all’ospedale e l’uomo, un bracciante musulmano, spiegò che egli sapeva bene quanto fosse pericoloso stare in giro durante gli scontri, ma che era uscito ugualmente per cercare lavoro. La sua famiglia non aveva nulla da mangiare. Morì pochi giorni dopo. Il caso di Kade Mian - questo era il nome dell’uomo - permette di chiarire cosa sia per me la libertà... L’omicidio del bracciante è una estrema violazione della sua libertà negativa, ma egli fu spinto in quel territorio chiaramente rischioso innanzitutto dalla sua povertà e dalla conseguente mancanza di libertà positiva. Se dunque vi è una distinzione effettiva tra l’aspetto positivo e quello negativo della libertà, questi diversi aspetti possono essere profondamente intrecciati tra loro».
Nel suo saggio lei racconta la lettera che il filosofo utilitarista John Mill scrisse a David Ricardo. Era il 1816, l’anno senza estate...
«La grande carestia. Mill era preoccupato per i disastri che quella siccità avrebbe provocato: “Il pensiero mi fa accapponare la pelle: un terzo della popolazione deve morire”. E scriveva: “Sarebbe un gran bene portare questa gente nelle strade e nei viali e sgozzarle come si fa con i maiali”».
Ricardo si dichiarò pienamente d’accordo.
«Era un paradosso. Mill e Ricardo erano seriamente preoccupati per la sorte dei poveri. Si rendevano conto che lo Stato, la mano pubblica, non avrebbe potuto fare nulla... Un terzo della popolazione sarebbe morta. Non c’erano speranze. Il paradosso è che ammazzarle sarebbe stato più umano che lasciarle morire di inedia».
Non c’è la carestia. Ma molta gente sta subendo gli effetti della crisi. L’intervento dello Stato funziona?
«Molto è cambiato. I governi si interrogano e concordano le politiche da adottare per fronteggiare la crisi. Non sono così pessimista. Questo ci riporta al nucleo della mia tesi. Impegnarsi a mente aperta in una riflessione pubblica è essenziale alla ricerca della giustizia».
Non è facile mettersi d’accordo su cosa sia giusto o ingiusto. Da dove vengono i diritti umani? Cosa li sostiene?
«I Diritti Umani si fondino proprio sul comune sentire e come le loro fondamenta abbiano a che fare con l’analisi basilare della giustizia sociale».
In Occidente come in Oriente?
«Non c’è un solo Occidente e neppure un solo Oriente. Sarebbe una stravaganza pensare a un Ovest univoco contrapposto a posizioni squisitamente e esclusivamente orientali. Questa idea è molto lontana dal mio modo di vedere le cose. Sono convinto che in varie parti del mondo siano stati elaborati concetti di giustizia, equità, responsabilità, dovere, bontà e onestà tra loro affini, o strettamente legati. Alcuni ragionamenti di Gautama Buddha o quelli della scuola di Lokayata, per limitarci all’India del VI secolo avanti Cristo, si possono ritenere perfettamente in linea con molte opere dei principali autori dell’Illuminismo».
Un caso di fantaetica. I diritti umani si possono estendere anche a uomini artificiali o clonati?
«Quesito interessante, ma non le rispondo. Il mio discorso sulla giustizia parte da un presupposto: trovare un comune sentire su questioni fondamentali su cui si può trovare un accordo. Ho lasciato fuori i casi limite o troppo complessi. Non cerco l’impossibile».