Il narratore che veniva dal mare

Era una sera di marzo. Una di quelle sere solari, con la luce che carezza la città in un saluto dolce.
Era una sera di marzo, quando il vento uccise mio padre. Mio padre stava seduto sul bastione grande. Seduto e immobile guardava le barche da pesca che uscivano dal porto. Come tutte le sere della sua vita, come tutte le altre sere, seduto che pareva un pensionato che si gode l’ultimo sole dell’ultimo giorno, guardava le barche da pesca che uscivano, con occhio che avresti detto di amante dei paesaggi romantici, e invece controllava gli equipaggi, e molti visi di chi si preparava a uscire si voltavano a guardarlo, seduto sopra la loro testa, cento metri più in alto, che controllava tutto come un buon padrone.
Il vento, hanno detto. È arrivato un maestrale improvviso, una maledetta folata di maestrale a centoquaranta l’ora, che ha prelevato il vecchio dalla cima del bastione, e l’ha fatto volare per cento metri in basso, a spiaccicarsi sui ciottoli gialli e rossi della piazzetta del mercato.
«Qualunque cosa ti dicano, figlio mio, qualunque racconto fatato ti facciano, la colpa di quello che succede, di tutto, la colpa e il merito delle cose belle e brutte, la colpa e il merito sono sempre degli uomini. L’uomo fa e disfa. Non c’è Dio che tenga». Così mi diceva mio padre. Non una volta sola, l’ha ripetuto.
Il vento, dicevano. Tutti. Anche gli amici. Anche i carabinieri.
Ma il vento è come Dio, pensavo. Il vento non si vede. Non mi riusciva di immaginare questa mano che prende il vecchio, lo strappa alle sue radici e lo butta giù. Perché era vecchio - ma quattro sere prima che venisse il vento aveva dato una battuta, lui, il vecchio, ad un coatto ventenne grande come un armadio, bravo a pestare, coraggioso quanto basta. E il vecchio l'aveva piegato, con quelle braccia come alberi secchi, che nella lotta diventavano ferro.
Il vento può portare via un uomo-uccello, un uomo-piuma, anche un uomo-fiore. Ma il vento non riuscirà mai a muovere un uomo-roccia, un uomo-pietra.
Il vento, dicevano. Ma io sapevo che mai nessun vento al mondo ce l’avrebbe fatta, con quel vecchio bestione selvatico ch’era mio padre.
E così mi sono dato la prima parte della risposta. Il vento non l’ha ucciso. Se non è stato il vento, chi...?
La seconda parte della risposta tardava ad arrivare.
Poi è arrivato il funerale. Io stavo pronto a prendere il posto in prima fila dietro la bara nera e dorata portata sulle spalle - a turno - da tutti i pescatori del porto. Ero pronto ad occupare il posto che mi spettava, il primo dietro la bara, attraverso tutti i vicoli della Marina, a passo lento, e le donne piangevano alle finestre. Piangevano tutti. Tutti piangevano il vecchio padrone buono che dava gli incarichi sulle barche, e decideva il prezzo del pesce al mercato, e quanto ad ogni venditore, e quanto ad ogni pescatore. Un padrone buono: con la sua parte di intermediazione (su tutto quello che passava nel porto) aveva pagato, per vent’anni, tutti i funerali di tutti i morti in mare. Più un padre che un padrone. Per questo lo piangevano.
E io, io che sono l’unico figlio maschio, io che non ho paura di sobbarcarmi il peso dell’eredità di mio padre, io che camminando dietro la bara per primo avrei comunicato al mondo la mia volontà. Io sono stato mandato in terza fila.
Dietro la bara solo la moglie addolorata, avevano deciso.
Subito dopo, i più importanti fra gli uomini che avevano obbedito al vecchio in questo ventennio. E fra loro, proprio al centro e mezzo passo avanti, Nicola “senzapelo”.
Nicola “senzapelo” mezzo passo avanti, con le lacrime agli occhi, e piangeva mio padre, come fosse stato suo padre. Tutti l’hanno visto. E hanno capito tutti che non doveva essere stata una decisione difficile. In due giorni di veglia al morto, avevano già deciso la faccia del nuovo padrone. Nicola “senzapelo”, che mio padre, quando stava con gli amici più fidati, diceva: «Nicola, un mezzouomo», e sputava in un angolo il suo disprezzo.
E infatti, mio padre era stato appena appena infilato in un tombino di cemento nel cimitero nuovo, un tombino di cemento fra altri cinquecento, come un morto qualunque, trattato peggio dei suoi pescatori, mio padre era stato appena infilato in quello schifo di tombino, e già Nicola dettava gli ordini alla partenza delle barche. Non stava sul bastione, lui. Stava in piedi, sul molo.
Ancora pensavo che niente d’importante sarebbe cambiato.
Ma non erano passati tre giorni che Nicola mi ha mandato a chiamare, e con la scusa delle condoglianze mi ha spostato, dal controllo del mercato all’ingrosso, al comando di una scassatissima barca da pesca. A quel punto ho capito che non aveva la volontà di rispettare la memoria del defunto.
Sono stato a trovare i suoi vecchi amici, uno per uno. Quelli che si lamentavano dei mali della vecchiaia, e ricordavano la gioventù, dietro un bicchiere di vino, rifiutandosi di parlare della morte del buon padrone, questi erano i migliori. Perché molti altri non si son fatti trovare, in casa. E hanno smesso di incontrarmi, alla passeggiata, sotto i portici: stavo per incrociarli ed erano già spariti.
Finché Nicola mi ha chiamato nuovamente, e mi ha detto che i morti son morti, e i vivi son vivi, ed era inutile che andassi a disturbare tanta brava gente con ricordi che non servivano, tanta brava gente che voleva pensare a lavorare. E mi ha tolto il comando della barca e mi ha spostato alla pesa del pescato, sotto Antioco “lumaca”.
Antioco “lumaca”! Predendere ordini da Antioco “lumaca”!
Una sola persona ha guadagnato dalla morte di mio padre. Solo Nicola. E una sola persona voleva diminuire la memoria di mio padre, infangando il figlio. Sempre Nicola.
Poi, una sera di luglio, con la luce spiovente sul molo di ponente, ormai quasi buio, ho visto Nicola che si avvicinava al bastione su cui era stato seduto mio padre, tutte le sere per vent’anni. E lì si fermava, a lungo, e dove si era spiaccicato il vecchio.
A quel punto, proprio allora, ho saputo che non era stato il vento, che non c’era stata una manata di maestrale a strappare il vecchio dalle sue pietre. Ma mani di uomo l’avevano strappato e gettato via. E ho capito anche chi aveva guidato quelle mani.
L’altra notte c’era una specie di musica, nell’aria, di questo principio di agosto, una musica con voci di gabbiani e urla di donne dalle finestre. Una musica tranquilla. Sono entrato a casa di Nicola dal cortile dell’albero di fico. Dalla finestra della camera ho visto Elena - la moglie del nuovo padrone. Ho visto Elena che si sdraiava sotto un lenzuolo bianco profumato. Aspettava Nicola. E invece è arrivato il mio coltello, che gli ha squarciato prima la gioia di vivere che il ventre.
Quando è entrato Nicola, un’ora più tardi, il lenzuolo era rosso, e Elena sembrava una capretta pronta ad arrostire, aperta dalla pancia alla gola. Mancava solo il mirto.
Nicola non ha fatto in tempo a capire completamente tutto, perché io ho sparato subito, appena i suoi occhi mi hanno incontrato sulla loro strada. E ho sparato ancora e ancora. Ho tirato fuori il coltello.
Quando sono andato via, Elena sembrava viva, rispetto a Nicola. La testa di Nicola sul comò e i piedi sotto al letto, come il verso di una filastrocca.
Ieri mattina - con quel levante morbido, e profumato di sabbia, che entrava nella pelle e nella bocca - al mercato, le voci dei venditori erano mosce, spaurite.
Quando son sceso da Castello e mi sono infilato fra i primi banchi, si è fatto silenzio, al mercato.
Io ho salutato tutti, per educazione.
Davanti al banco di Cesare “toccheffuggi” mi sono fermato. Ho esclamato, a voce alta: «Nicola senzapelo, un mezzuomo», e ho sputato in un angolo, con disprezzo. Poi ho guardato negli occhi Cesare “toccheffuggi”, che a Nicola gli era cognato, e ho gettato sui suoi gamberi la mano destra dell’assassino di mio padre.
Mentre uscivo dal mercato tutti mi salutavano. Tutti. Anche le pietre. Anche i muti. Anche i cartellini dei prezzi. E tutti giuravano e spergiuravano che non avevano mai dimenticato mio padre. E chi in questi mesi mi aveva sfuggito, si nascondeva dietro le palpebre abbassate, mentre salutava con rispetto.
È venuto il maresciallo Savona, a prendermi a casa. Era venuto lui anche quell’altra volta, quella del furto nella villa di quell’ingegnere. Mi conosceva bene.
«Cazzo» mi ha detto «hai proprio combinato un bel casino. Non ti è bastato il macello. Hai anche voluto metterci sotto la firma, di persona, davanti a tutto il mercato».
«Io mica volevo fare il delitto perfetto» gli ho risposto mentre mi portava in caserma «io volevo soltanto bastonare quel vento che si era preso mio padre dal bastione. Quel vento, non strapperà più niente, da questa terra».