NARRATORI ITALIANI ANTONIO DEBENEDETTI Tramonti romani su paesaggi esistenziali

E fu settembre (Rizzoli, pagg. 166, euro 14,40), recente libro di racconti di Antonio Debenedetti, è un testo apparentemente dimesso, nell’argomento e nello stile, ma in realtà frutto di una progressiva climax e qualità e di emozioni forti cui il lettore non potrà certamente e quasi con sorpresa sottrarsi, con il piacere di imbattersi in problematiche esistenziali suggerite spesso, più che enunciate, da una straordinaria capacità di caratterizzare con pochi tratti i personaggi senza la presunzione di pubblicare grossi tomi di centinaia di pagine come fanno molti scrittori odierni, con grande naturalezza ma il più delle volte con modesti risultati letterari.
Il narrare di Debenedetti è un lavoro compiuto quasi in punta di piedi, privilegiando gli aspetti più segreti e le psicologie meno «tortuose», forse assecondando, specie nei due racconti più belli, E fu settembre e Una vita così, una vena sottilmente cechoviana, d’un Cechov trapiantato nella Roma più antica e suggestiva, il primo, e d’un Maupassant (vicino però a Zola) il secondo. E qui lo stile s’innalza dal grigiore di vite apparentemente incolori, ma illuminate dalla dolorosa dolcezza di soluzioni tragiche, tuttavia senza indulgenza e patetismi: l’anziana signorina Bonifazi e il suo pigionante Enrichetto Norzi, ebreo perseguitato e infine inghiottito dalla logica dei lager, sono due figure indimenticabili del primo racconto che dà il titolo all’intero volume, e Lelè, la protagonista del terzo racconto, è altrettanto affascinante nella sua progressiva ma rapida «discesa agli Inferi» della incomprensione e della crudeltà altrui, oltre che verso se stessa, raccontate con l’asciuttezza che potrebbe essere il frutto di una parentela non troppo lontana dalle dostoevskiane Memorie del sottosuolo.
Come si è detto, l’autore non ha bisogno di molte pagine per carpire al mistero dell’essere i segreti che rendono gli uomini simili a demonii e, insieme, alle creature grottesche di Hieronymus Bosch. La Roma di Debenedetti - quella soprattutto degli antichi rioni del centro storico - è una città bellissima e spregevole, e i suoi colori, dal grigio all’arancio-mattone, al rosa e porpora, incantano nei tramonti osservati fra una nebbiolina «fumicosa» (Montale), guardando dal Gianicolo o dal modesto abbaino d’una qualsiasi vecchia casa di via dei Cappellari, a pochi passi dallo splendore di piazza Farnese e dalla severa e tagliente linearità di via Monserrato. Là dove invece l’autore appare meno efficace, anche se sempre gradevole, è nel racconto Per poi gridare viva l’Italia, ove è tuttavia apprezzabile la descrizione di una Roma ancora non troppo preoccupata dalla guerra, mentre un po’ manierata appare la figura di Eli, che infine ghiottamente, se pur tremante, durante un allarme antiaereo cede al macho motociclista fascista Raul.
I due racconti finali, Uno scrittore e sua moglie e La ragazza della domenica, pur narrati con la riconosciuta maestrìa di Debenedetti, non sembrano tuttavia perfettamente adatti alle sue corde. Il primo, tutto un lungo dialogo (un po’ alla Compton Burnet, magari pensando a una possibile pièce teatrale) collocato nella hall di un albergo a quattro stelle, riesce infine abbastanza scontato, in quanto pur rispettabile satira di una certa middle class paraintellettuale; il secondo e ultimo è forse il più debole di questa silloge discontinua, ma anche frutto della piena maturità di uno dei pochi veri scrittori italiani contemporanei.