La Nasa è a pezzi: «Basta con lo Shuttle» I russi: lo salviamo noi

La decisione mentre è in corso la missione del Discovery: «Annullati tutti i voli»

Eleonora Barbieri

Doveva essere la missione del trionfo e della rinascita della Nasa dopo la tragedia del Columbia. Invece il Discovery potrebbe essere l’ultimo shuttle a varcare i confini dell’atmosfera terrestre: ieri l’agenzia statunitense ha infatti annunciato la sospensione dei voli fino a che non verrà risolto il problema del rivestimento isolante. Non solo: a salvare Eileen Collins e il suo equipaggio potrebbero essere proprio gli ex-rivali di un tempo, i cosmonauti russi.
I proclami iniziali di «piena soddisfazione» sulla riuscita del lancio di martedì pomeriggio sono stati quasi immediatamente offuscati da alcune immagini che, fra quelle esaltanti e suggestive della navetta in volo, hanno mostrato la disfatta di due anni di lavoro: circa due minuti dopo il decollo un frammento di materiale isolante si è staccato dal serbatoio esterno del Discovery; altri piccoli detriti sono caduti dal serbatoio, mentre una delle piastrelle del rivestimento è rimasta danneggiata vicino allo sportellone del carrello. È un incubo che ritorna, poiché fu proprio un frammento perso durante l’ascesa in orbita a lesionare irreparabilmente il Columbia: lo shuttle si disintegrò al rientro in atmosfera e i sette membri dell’equipaggio morirono. Era il primo febbraio del 2003. Da allora, per gli esperti della Nasa sono passati due anni di lavoro e riparazioni al serbatoio, di cui sono stati ridisegnati alcuni dettagli: in totale, un miliardo di dollari spesi per rendere la nuova missione, la Sts-114, «la più sicura della storia». Ma i soldi, come recita il luogo comune, non sono tutto: e così gli uomini della Nasa hanno ammesso di aver analizzato e modificato ma, forse, di non aver spulciato abbastanza: «Gli ingegneri - ha spiegato John Shannon, uno dei responsabili - hanno corretto molte delle imperfezioni del serbatoio, ma non si sono concentrati sull’area centrale da cui si è staccato l’isolante martedì, un punto diverso rispetto a quello dell’incidente del Columbia». Insomma hanno corretto nello specifico, senza risalire «alla fonte» del problema.
La parte di rivestimento persa martedì sarebbe più piccola di quella che colpì la navicella nel 2003: un frammento lungo fra i 61 e gli 84 centimetri, largo fra i 25 e i 36 e con uno spessore compreso fra 5 e 20 centimetri. E, soprattutto, il detrito non dovrebbe aver causato gravi danni: «Chiamatela fortuna - ha dichiarato Bill Parsons, responsabile delle operazioni -, ma non ha colpito la navetta; se fosse successo sarebbe stato drammatico: non è una situazione accettabile». E, forse, non è accaduto solo perché il pezzo di materiale isolante si è staccato ad un’altezza in cui l’atmosfera è già molto rarefatta: una manciata di secondi prima, e i rischi di impatto sarebbero stati ben più elevati. Ora si tratta di capire - ed è quello che stanno cercando di fare gli astronauti a bordo e quelli al lavoro a Houston - se il rientro del Discovery, previsto per il 7 agosto, potrà avvenire in sicurezza. Un replay del febbraio 2003 sarebbe un vero disastro. Il piano di soccorso era stato affidato alla navetta Atlantis, il cui lancio era fissato per settembre. Ma ora i voli sono stati cancellati.
Le opzioni di salvataggio sarebbero affidate ormai, a quanto pare, solo ai russi. Che ieri i sette del Discovery hanno incontrato a bordo della Stazione spaziale internazionale - obiettivo ufficiale della missione -, raggiunta e «agganciata» dopo circa 48 ore di viaggio nello spazio alla velocità di 28 metri al secondo. La Iss e lo shuttle si sono toccati, mentre il comandante Collins ha manovrato la navetta verso l’entrata della stazione orbitante; non prima di aver espresso i classici apprezzamenti sull’abitazione degli ospiti: «La vostra stazione spaziale è bellissima», ha comunicato il colonnello statunitense al collega Sergei Krikalev. Poco prima di agganciare la Iss, la Collins ha effettuato manualmente una manovra di «ribaltamento» della navicella: gli scienziati a bordo del laboratorio orbitante hanno così potuto fotografare lo scafo del Discovery che, secondo le prime immagini trasmesse a terra, non sarebbe stato danneggiato.
Poi l’entrata nella Iss, dove il comandante russo li ha accolti offrendo pane e sale, secondo la tradizione: qui gli astronauti rimarranno per una settimana, durante la quale sono previste anche tre «passeggiate spaziali» per ricontrollare le condizioni di salute dello shuttle. Tornati sulla stazione orbitante, quindi, per la prima volta dal novembre 2002. Superato lo shock del Columbia. Ma la sicurezza sembra ancora lontana, mentre l’incertezza, per la Nasa, ha un volto preciso, quello di una superficie così fondamentale eppure così delicata, che rischia di sfogliarsi lasciando lo shuttle in balia di temperature e pressione insistenibili, mettendo a rischio la vita di sette uomini. E forse, come in un film di James Bond, solo un cosmonauta russo li può salvare.