Nasce la fondazione Milano Sociale

La Moratti: «Un nuovo modello di welfare». Aiuti per chi fatica a entrare nel mondo del lavoro

nostro inviato a Rimini
Una fondazione per aiutare chi ne ha più bisogno. Cinquantenni espulsi dal mercato del lavoro, giovani che ancora non riescono a entrarci, anziani non autosufficienti, portatori di handicap, carcerati che vorrebbero rifarsi una vita, ex tossicodipendenti. Comune, sindacati e imprenditori firmano a Milano uno storico patto. Destinato a far scuola, ma soprattutto a mandare finalmente in soffitta vecchie rivalità tra pubblico e privato, associazionismo e impresa, laici e cattolici. Le cui uniche vittime finiscono sempre per essere quelli che aspettano una mano che si tenda. «Compagni di viaggio rimasti solo un po' indietro», li accarezza il presidente del tribunale Livia Pomodoro. «A cui da oggi penserà la Fondazione Milano sociale», prosegue il pensiero il sindaco Letizia Moratti. «Perché la nostra città è il più straordinario laboratorio del sociale», conclude idealmente Mariolina Moioli, l'assessore ai Servizi sociali che da sola spende gran parte del bilancio di Palazzo Marino. Oltre 250 milioni di euro all'anno, ricorda, mentre Napoli è ferma a 83. «I soldi non fanno tutto - trasforma i numeri in aforisma -, ma tra il triplo e un terzo, qualche differenza c'è». E la differenza sono 1.400 convenzioni e 950 organizzazioni del privato sociale coinvolte.
Livia Pomodoro, Letizia Moratti e Mariolina Moioli sbarcano a Rimini per raccontare, alla stracolma platea del meeting di Comunione e liberazione, come una metropoli affronti il tema degli ultimi. Tre donne di potere al timone di Milano. Ma dalle loro parole si capisce che sono prima donne che di potere. Valori (solo apparentemente) semplici e profondi che sanno tanto di mamma. E concretezza. «Non c'è libertà senza responsabilità», ripete la Pomodoro. «Aiutare gli altri significa realizzare per tutti una vita degna di essere vissuta. Per loro, ma anche per noi. Dimentichiamo l'egoismo, ma anche il paternalismo». Nemmeno si fossero messe d'accordo. «Non è bontà accogliere tutti quelli che arrivano - va subito al problema la Moratti - senza poi la possibilità di offrire loro casa e lavoro. La bontà non è buonismo. Aiutiamoli nel loro Paese, costruiamo scuole, fabbriche, capitale umano». E qui? «Non assistenzialismo, ma sostegno al reddito. Istruzione, impiego. Vera solidarietà è che ognuno possa essere artefice del proprio destino. Un nuovo modello di welfare». Il nome c'è già, la Fondazione Milano sociale. E anche i soldi, 4 milioni di euro (2 dal Comune e 2 da Cgil, Cisl e Uil recuperando ammortizzatori sociali inutilizzati), in attesa del contributo della Camera di commercio e di tutti coloro che si aggiungeranno. L'impiego? Corsi di formazione assistita per cinquantenni disoccupati che il mercato non riassorbe più o per ragazzi in cerca di un'occupazione, aiuto ad anziani, portatori di handicap, emarginati. E i destinatari, purtroppo, non mancheranno. Lo sa Walter Izzo, presidente e fondatore del Gruppo La strada. «Ci abbandonano. Noi aiutiamo un ragazzo oggi, ma lo Stato ci paga tra sei mesi. Andiamo in rosso e per le banche siamo clienti a rischio. Sul lastrico. Finisce che noi assistenti diventiamo quelli che avranno bisogno di essere assistiti».