Nasce a Genova la poesia anti-spie

(...) talvolta dice cose che non approvo. Ci mancherebbe. Ad esempio, Fossati ha espresso pubblicamente più volte la sua ammirazione per Beppe Grillo. Non è la mia, ma questo non toglie una virgola alla mia stima per Ivano.
Insomma, Fossati. Lo stesso Fossati che, pur avendone tutti i titoli, è stato uno dei pochi a non saltare sul carro della retorica del ricordo di Fabrizio De Andrè. Eppure, lui ci ha fatto un disco insieme. E non un disco qualunque, ma Anime salve. Lo stesso Fossati che una settimana fa ha entusiasmato il Carlo Felice, con uno dei suoi tour più belli di sempre ed esecuzioni da brivido: La costruzione di un amore e Lindbergh su tutte. Quando senti raccontare uno stato d’animo con parole come «Non sono che il contabile dell’ombra di me stesso», forse non c’è più niente da aggiungere. Forse non si può più salire. Forse si può solo scendere.
Ecco, io trovo che Ivano sia colui che ha fotografato meglio di tutti quello che sta succedendo in Italia di questi tempi. Contemporaneamente poeta e cronista di giornata, viste le continue rivelazioni sull’archivio Genchi. Intellettuale civile - alla Pasolini, per intenderci - e non intellettuale o guitto di regime. Che non rinuncia al suo ruolo.
In questo quadro, sul palco del Carlo Felice, Fossati ha denunciato con la forza della dolcezza e del calore della sua voce, la nostra progressiva limitazione di libertà proprio nel momento in cui tutti ci sentiamo onnipotenti grazie alle tecnologie. Ha denunciato, soprattutto, il rischio di distorsioni delle nostre parole con il copia-incolla. E la degenerazione che ci trasforma in archivisti. Di immagini, di parole, di pensieri. Che sostituiscono la memoria.
La canzone che parla di tutto questo, Il Paese dei testimoni, è un pugno nello stomaco degli spioni di ogni ordine e grado, di chi vive di pettegolezzi, di chi trancia giudizi sulla base di un’intercettazione, magari assolutamente ininfluente ai fini penali. E così canta, in quello che a me pare un sacrosanto attacco anche alla nostra categoria e a chi ama razzolare nell’immondizia: «Cronaca rosa / Cronaca politica / Cronaca giudiziaria / Cantico digitale /Della verità / Charlie Chan del gossip / Stai attento / A chi non dà nell’occhio / All’ombra che si siede / Al ristorante / Proprio accanto / Alla parola di troppo / Al testimone universale / Alla calunnia corale...».
In mezzo a disco che parla d’amore e che è pervaso da una bellissima serenità, Fossati - a Genova e all’Italia - non rinuncia ad urlare lo sdegno per un mondo in cui siamo «senza perdono, senza memoria, senza vergogna». Tutti. O quasi tutti. Perché l’indignazione contro la cultura del sospetto come anticamera della verità è già un rimedio contro la mitridatizzazione e l’assuefazione.
Con il ritornello del Paese dei testimoni come fotografia di un mondo molto più minoritario di quanto non si voglia far credere e di giornali a cui non ci rassegniamo: «Se è il romanzo dei veleni sarà letteratura, ma se questo è il futuro allora è spazzatura». Sottoscrivo.