Nasce l’asse Fini-D’Alema per rovesciare Silvio

Dopo lo stop del Colle, come due gemelli, il leader Fli e il notabile Pd
si trovano d’accordo su molti punti a partire dalla giustizia. Il
presidente della Camera: «No alla reiterabilità dello scudo. Il
ribaltone? Se il governo cadesse sarebbe una fase nuova, non un golpe»

Roma «Il ribaltone? Non è un colpo di stato». Fini lo dice e D’Alema lo sottoscrive. A voler pensare male, gli ingredienti per una trappola a regola d’arte ci sono tutti. Il congegno è stato messo in moto dal rilievo di Napolitano, legittimo e sacrosanto (come si sono affrettati a commentare tutti, da sinistra a destra), sul testo del lodo Alfano. Improvvisamente, il quadro è cambiato, chiamando in scena due altri attori, con un copione in parte inatteso. Prima l’intervista a D’Alema, il gemello diverso di Fini, con l’appello alle forze responsabili di mettersi insieme per archiviare Berlusconi e formare un governo di coalizione. Quindi, l’ennesimo colpo alle spalle firmato dall’«alleato» Fini: «Su alcune leggi potremmo votare contro. E se ciò portasse alla caduta del governo, allora si aprirebbe una fase nuova». La prima occasione è proprio il lodo Alfano. La tattica è chiara. Gianfranco offre un accordo di massima sulla giustizia e poi affonda e svuota le parti fondamentali dello scudo. La parola d’ordine è: sfinire il Cavaliere fingendo di stringergli la mano.
E così, nel giro di pochi giorni, i finiani hanno compiuto una nuova giravolta, seguendo il senso tortuoso della tattica disegnata da Fini per ribaltare la maggioranza in Parlamento e saldando l’asse con il tattico del Pd, D’Alema. Il lodo retroattivo e reiterabile, votato così anche dai finiani, è così diventato un mostro giuridico, un obbrobrio da emendare al più presto. «Se la filosofia è tutelare la funzione quale che sia la persona - ha spiegato Fini - non credo che il Lodo possa essere reiterabile perché non sarebbe una tutela di una persona per un periodo di tempo, ma un privilegio garantito a una persona». Eppure, si chiedono nel Pdl, soltanto giovedì scorso la commissione Affari costituzionali aveva bocciato alcuni emendamenti dell'opposizione che proponevano, appunto, la non reiterabilità dello scudo giudiziario previsto dal Lodo Alfano. E con la maggioranza aveva votato anche il senatore Maurizio Saia, unico finiano a sedere nella prima commissione di Palazzo Madama.
E allora, cosa può essere cambiato in 72 ore, si chiede Osvaldo Napoli del Pdl. La domanda è retorica perché negli ultimi tre giorni qualcosa che può aver spinto Fini a insistere su quel punto è successo. Lo stop di Napolitano, appunto. Con il quale Fini, anche sfruttando la carica che ricopre, ha sempre cercato un rapporto privilegiato. Agli occhi dei falchi berlusconiani il tira e molla dei finiani, che prima collaborano al Lodo Alfano portandolo avanti nelle commissioni e votandolo insieme al Pdl, ma poi al minimo intoppo se ne chiamano fuori additandolo come una forzatura berlusconiana, appare come una tattica di puro logoramento. Se è questo lo spirito di collaborazione promesso da Fini per portare a termine la legislatura - ragionano nel Pdl - allora è meglio andare allo scontro.
Parlando Fini con «lingua biforcuta», per leggerne il pensiero conviene allora leggere quel che dice il suo alter ego del Pd, D’Alema, che ha un progetto identico a quello finiano («un governo con al più ampia base parlamentare possibile»), ma che a differenza del leader Fli può giocare a carte scoperte. Lo spettro di un governo tecnico, sostenuto da un qualche terzo polo, che cambi la legge elettorale (in chiara ottica anti-Cav) e poco altro. Il premier nuovo lo dovrebbe decidere il capo dello Stato, ed è per questo che ogni tensione tra Quirinale e maggioranza viene salutata con un brindisi dai terzopolisti. In primis Fini, solo per equivoco esponente dell’attuale maggioranza.