Nasce a Padova la «banca» delle staminali amniotiche

Dopo la scoperta del professor De Coppi, in ospedale si selezionano le cellule per differenti cure

«Da ora metteremo in piedi la banca delle cellule staminali del liquido amniotico. Così, quando si saranno scoperte le tecniche di espansione e le cellule potranno essere utilizzate per il cuore, il midollo o i muscoli, avremo già un bel serbatoio di materia prima da utilizzare». Luigi Zanesco, professore e clinico nell’ospedale pediatrico di Padova, pensa al futuro. Non troppo lontano. Si sono appena spente le luci della ribalta sulla scoperta scientifica di Paolo De Coppi ma nei tre laboratori che lui ha diretto per dieci anni si lavora ancora sodo.
Tra qualche mese, i residui delle amniocentesi non verranno più gettati nella spazzatura ospedaliera. In quel liquido saranno recuperate le cellule staminali che verranno selezionate e poi congelate. Così come avviene oggi per la conservazione del cordone ombelicale. Poi la scienza farà il resto. Ci sono infatti cinque ricercatori che stanno perfezionando il risultato americano di Paolo De Coppi e il direttore del centro padovano ne è orgoglioso. Lo studioso italiano che ha fatto carriera negli Usa e in Inghilterra «è stato uno dei suoi», e Zanesco lo definisce «un bravissimo chirurgo con la passione per il laboratorio».
Ma se a De Coppi vanno gli onori della scoperta, Zanesco deve fare i conti con gli oneri che questo risultato comporta. Come la mancanza di fondi e di attrezzature. «Per legge bisognerebbe separare l’assistenza dalla ricerca. Quando ci saranno le applicazioni sull’uomo abbiamo bisogno di avere strutture attigue. E di una camera sterile». Una necessità che sembra il punto dolente del professore. «Sono 6 anni che ne chiediamo una, ma senza alcun risultato, e per colpa di questa carenza il ministero della Sanità ci ha bocciato un progetto importantissimo». «I nostri cardiologi - continua il professore - sono in grado di fare una terapia con le cellule staminali contro gli infarti. Le staminali possono infatti curare sia il miocardio, sia il tessuto vascolare. Ma quei medici non possono procedere e salvare vite umane perché non abbiamo una camera sterile attaccata al reparto. Devo confessare che ho provato una grande umiliazione».
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