Nasce il Pd, Prodi gela Veltroni: non mollo a dispetto dei serpenti

A Milano l’assemblea fondativa con l’incoronazione del segretario. Battuta velenosa del premier. Tensione anche con Rutelli che viene ignorato e protesta. <a href="/a.pic1?ID=216346" target="_blank"><strong><font color="#ff6600">E Montezemolo rovina la grande festa: &quot;Paese non governato&quot;</font></strong></a>. Un <a href="/a.pic1?ID=216349" target="_blank"><strong>partito di plastica a immagine di Walter</strong></a>. Delusione da peones: <a href="/a.pic1?ID=216350" target="_blank"><strong>&quot;Siamo solo spettatori&quot;</strong></a><br />

da Milano

Il passaggio più duro, quello che fa dire a Pierluigi Bersani che «quando le cose si fanno davvero difficili, Prodi tira fuori gli attributi e combatte», il premier lo ha aggiunto a mano all’ultimo minuto, mentre era in volo verso Milano. «Chi pensa che le sorti progressive del Paese siano legate a un imminente e indefinito accadimento che potremmo con un acronimo definire T.E.P., Tutto Eccetto Prodi, sappia che mi dispiace deluderlo, ma sono qui e resto qui», scandisce. Ed è un messaggio rivolto a quelli che Prodi definisce «i serpenti di mare che prospettano fumosi scenari post-Prodi», muovendosi sott’acqua dentro e attorno la sua coalizione, per cacciarlo da Palazzo Chigi.

A loro, a quel «complottone» dei poteri forti contro di lui che trova ambigue sponde dentro la maggioranza, Prodi preferisce di gran lunga Berlusconi: meglio «gli avversari trasparenti, anche quelli che ogni giorno da mesi promettono spallate con l’unico risultato di slogarsele». Un premier che tira fuori «gli attributi», annuncia di voler restare in sella fino al 2011 e si prende vendette a freddo: ad esempio contro il suo vice, Rutelli, che non nomina neppure mentre chiama l’applauso per Fassino, «simbolo dell’impegno per il Pd». Fassino piange commosso, Rutelli si infuria e più tardi affronta a muso duro il premier dietro il palco, per lo «sgarbo».

Prodi deve aver annusato nell’aria che non sarebbe stata una giornata facile, quella che ha ufficialmente incoronato Walter Veltroni. Che i cannoni avrebbero ripreso a bombardare il suo governo sotto assedio, e che la grande kermesse del Partito democratico avrebbe dato rappresentazione plastica di un passaggio di fase. Il senatore Polito lo descrive così: «Da una parte c’è il leader di oggi che cerca di resistere e di difendere il suo governo. Dall’altra il leader per il dopo, Walter, che nel suo intervento era tutto proiettato a descrivere il futuro dell’Italia che vuole. Quello che non è chiaro è “quando” comincerà quel dopo». Non c’è dubbio, aggiunge, che la cannonata arrivata ieri da Montezemolo contro il governo «serve ad accelerare quel “dopo”», e non è un caso che arrivi proprio nel giorno di Walter.

Lui, Veltroni, al governo di Prodi ha garantito tutto il suo leale appoggio: «Sai di poter contare sul sostegno convinto e deciso del tuo partito». E rivolge «un appello» a tutti: «Far cadere Prodi e andare a votare con questa legge elettorale sarebbe un atto irresponsabile». Sul come cambiarla, quella legge elettorale, si mantienesul vago. Ma senza chiudere la porta a nessuna ipotesi, neppure a quel sistema tedesco chetanti (come D’Alema) caldeggiano. Di certo, dice, «mai più una legge elettorale che costringa a alleanze forzate e a governi deboli», e non suona proprio come un complimento all’esecutivo, casomai una presa di distanza.

Nè rasserena i rapporti nella Babele del centrosinistra la sfida che Veltroni lancia agli alleati: «Se il Pd otterrà sul suo programma di innovazione il consenso di altre forze bene, altrimenti andrà da solo». Ma Veltroni, appunto, deve guardare al «dopo». «E d’altronde era chiaro dall’inizio », spiega il senatore veltroniano Giorgio Tonini, «che scegliendo un segretario vero con un’investitura forte, e non un semplice “coordinatore” come voleva Prodi, le sorti del partito e quelle del governosi sarebberoseparate». Perché «se questo governo cade, non possiamo permetterci che salti anche il Pd: quello andrà avanti comunque».

E Veltroni ieri ha mostrato di avere le idee chiare, su come farlo il «suo» partito: forte dei tre milioni di voti delle primarie, ha già avocato a sé le decisioni. Anche sugli organigrammi, che certo non vuol lasciare in mano alle correnti interne. Sarà un «partito del leader», il Pd. E non è un caso che i primi a rivoltarsi siano proprio i prodiani: dalla Bindi («Regole ambigue, sono delusa») a Parisi («Cosa intende Veltroni per democrazia?»). Un altro prodiano, Nando Dalla Chiesa è insorto:«È stata una beffa. Mai in 40 anni di impegno politico avevo visto approvare regole del genere». Intanto D’Alema promette minaccioso a Veltroni: «Le personalità politiche che hanno una propria forza saranno i protagonisti di questo partito». Lui, insomma, ci sarà comunque.