Nascimbeni, l’uomo che «tagliava» Pasolini

Il miglior viatico lo ebbe dallo zio Bruno Roghi, nato nel 1896, unico giornalista ad aver diretto nell’ordineLa Gazzetta dello Sport, il Corriere dello Sport e Tuttosport: «Usa pochi aggettivi. Gli aggettivi sono come i trampoli: le parole sembrano più alte, però camminano male». Giulio Nascimbeni era nato professore, non giornalista. Da insegnante di lettere, le parole erano il suo pane. Eppure a distanza di mezzo secolo ricordava ancora con sgomento l’esordio all’Arena di Verona, praticante a 35 anni nella redazione provincia dopo aver lasciato la cattedra scolastica, con un manifesto della sagra della mora di Cazzano di Tramigna appeso alla parete. «Dieci righe», gli aveva ordinato il caposervizio. Ore e ore a limare quella notiziola sulla festa della ciliegia. Un accenno di pianto a stento represso.
Dopo quel traumatico battesimo, sostantivi e aggettivi per lui non ebbero davvero più segreti. Nascimbeni sapeva dosarli mirabilmente in modo che i secondi non impacciassero i primi sino a farli cadere dai trampoli. Com’è difficile mettere in fila le parole, Giulio. Anche adesso. Non volevo scriverlo io, il tuo «coccodrillo». Ma poi. Tocca. «Il vocabolario è il mio libro preferito, ogni giorno lo sfoglio e imparo sempre qualcosa di nuovo», mi dicevi, tu che per 40 anni avevi recensito la letteratura mondiale sulla terza pagina del Corriere della Sera, richiamato a dirigere la redazione cultura addirittura dopo che ti avevano mandato in pensione.
Nascimbeni si considerava, ed era, uno specialista dei pezzi come questo. «Con la lacrima», li definiva il nostro comune amico Cesare Marchi. Nel 1960 ne aveva scritti alcuni di magistrali per La Stampa, di cui era corrispondente da Verona, sulla tragica fine del presentatore Mario Riva, precipitato da un praticabile durante uno spettacolo in Arena. Leggere quegli articoli e innamorarsi dell’autore fu per Gaetano Afeltra, caporedattore del Corriere, tutt’uno. Così Nascimbeni arrivò a Milano, a 36 anni, subito ribattezzato piscinela, garzone di bottega. Il direttore Mario Missiroli aveva appena assunto, per dire il clima, un giornalista che era stato corrispondente da Berlino prima della guerra del ’15-’18, e alla corale obiezione dei colleghi - «Ma ha 75 anni!» - aveva replicato: «Ottimo, così nessuno ce lo porterà via».
Gli inizi furono duri, in quel museo delle cere, lontano dalla sua Sanguinetto e dalla sua Bassa. Poeta in gioventù, stimatissimo da Vittorio Sereni, biografo di Eugenio Montale, per ricordare l’impatto con la metropoli citava i versi di Emily Dickinson: «L’Eden è quella vecchia casa / in cui abitiamo ogni giorno / senza sospettare quale sia la sua vera natura / finché non la lasciamo». Lì in via Solferino, «dove togliersi la giacca era considerato, fino al 1970, un atto rivoluzionario», cominciò a farsi notare proprio per i corsivi «con la lacrima». Capì d’avercela fatta il giorno in cui trovò sulla scrivania un biglietto di Afeltra: «Molto bello il tuo pezzo di oggi. È piaciuto anche a Buzzati». All’autore del Deserto dei Tartari, suo compagno di camerata nella fortezza Bastiani, era parso sconveniente dirglielo di persona. Restarono vicini fino all’ultimo: «Prima della fine, Dino mi disse: io credo che Dio esista perché esiste la morte».
La carriera fu rapida: direttore di Storia Illustrata, vicedirettore e direttore della Domenica del Corriere, conduttore di Tuttilibri in Rai. Poi di nuovo in via Solferino. Prendevano ordini da lui i collaboratori che ogni giornale avrebbe voluto arruolare: Alberto Moravia, Italo Calvino, Leonardo Sciascia, Goffredo Parise, Giorgio Manganelli, Guido Ceronetti. Un giorno Nascimbeni fu costretto a telefonare a Pier Paolo Pasolini: «Non so come dirglielo, ma il suo articolo cresce in pagina di 30 righe. Dovrebbe tagliarlo». La risposta dello scrittore equivalse a un attestato definitivo per il giocoliere delle parole: «Provveda lei, la prego. Sa farlo sicuramente meglio di me».
L’ultimo ritorno è stato al suolo natio. Il palazzo avito dove s’è spento sta proprio di fronte alla chiesa parrocchiale di Sanguinetto dove oggi gli faranno il funerale. Di quel campanile con la cuspide merlata, di quel frontone sormontato dalla grande croce, mi ripeteva spesso nell’amato dialetto: «La césa... Dai cópi in zó, botéga. Dai cópi in su, mistero». Va’ in pace, Giulio, dai coppi in su.
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it