Nascimento, dal Brasile la «voce di Dio»

Impeto folkie, profonda visione poetica, animo nobile e al tempo stesso popolare. Francesco De Gregori, il «Principe», è il più dylaniano dei nostri cantautori. Non è certo una notazione negativa, chè Francesco mantiene un’indipendenza di pensiero e una libertà di contenuti musicali rispetto al maestro; ma i suoi suoni e il suo atteggiamento schivo e ritroso nei confronti della vita, il rispetto dell’arte che per lui non fa mai rima con commercio, hanno molto in comune con la filosofia di Bob Dylan (non a caso ha tradotto con e per De André Desolation Row, trasformandola in Via della povertà ed è l’unico italiano che, in un cd-tributo a Dylan, ha inciso la versione italiana di If You See Her Say Hello, ovvero Non dirle che non è così).
Schivo si ma sempre attivo, sempre in tournée (anche qui come il «never ending tour» di Dylan); l’abbiamo visto a Milano in febbraio, portare sul palco i brani dell’album dal vivo Left & Right e del dvd Takes & Outtakes; lo ritroviamo questa sera alla Villa Reale di Monza con un nuvo album appena uscito, dal titolo Per brevità chimato artista, che lui definisce «la sua autobiografia fantasticata».
«Il titolo infatti è la formula che si usava quando firmai il mio primo contratto, una frase assurda che è un inno alla libertà e all’incoerenza espressiva». La canzone omonima è una ballata lenta e tagliente che dice: «Per brevità chiamato artista... doppio come una medaglia/ Se fosse d’oro sarebbe di cartone/ Il cieco con la voce buona e il muto che ci vede bene...Doppio come l’innocenza/ Se fosse Abele sarebbe Caino/ Antidoto senza veleno ed alibi senza assassino». Insomma è lui, cantautore di razza dalle liriche apparentemente surreali ma estremamente vere, visioni e previsioni assorte e pensose fatte con sonorità semplici, voce glabra e spoglia ma ricca di tensione, cantando l’amore, la rabbia, insomma i soliti temi ma con un piglio ed una partecipazione emotiva che non hanno niente di frusto e ripetitivo, lasciando spazio anche ai ricordi e agli errori in Celebrazione o alla speranza che dà la forza di continuare a L’infinito.
«Le canzoni son robe vere, non quadri da appendere al muro», dice De Gregori, che sulla scena non si concentrerà solo sui brani del nuovo disco, ma proporrà una carrellata retrospettiva tra i suoi superclassici e i pezzi magari meno noti o meno eseguiti in concerto (del resto anche i suoi dischi dal vivo sono ormai una tradizione, da Fuoco amico a In tour al citato Left & Right).
Al suo fianco gli amici di sempre, da Lucio «Violino» Fabbri a Paolo Giovenchi alla chitarra, da Alessandro Arianti alle tastiere a Guido Guglielminetti al basso, da Alessandro Valle alla pedal steel a Stefano Parenti alla batteria.