«Nascosti in cantina due settimane mangiando solo caramelle e noci»

Parlano i vecchi sopravvissuti all’assedio di Bint Jbeil e fatti sfollare dalla Croce Rossa nelle prime ore della tregua. Il premier libanese respinge le scuse d’Israele per Cana

Luciano Gulli

nostro inviato a Sidone

Nella massa di derelitti che trascinano le loro carabattole lungo lo stradone che costeggia il mare, tra il mercato del pesce e il castello crociato, il gruppo di vecchietti spicca per la sua incongruità e la sua compattezza. Non hanno parenti, fra gli uomini e le donne che camminano insieme con loro. I bambini non sono i loro nipoti. Non conoscono nessuno. Sono una tribù a parte. Qualcuno è in carrozzella, un altro sfila con i pantaloni del pigiama e le Superga di pezza, con la tomaia a disegni scozzesi; un altro ancora arranca reggendosi a un paio di stampelle fatte in casa. Una vecchina con le gambe arcuate e il capo coperto da un velo nero caracolla come una feluca presa al traverso dal vento.
Si è sparsa la voce che nella moschea di Bab Al Saray, vecchia di ottocent'anni, stanno sistemando un ricovero per gli sfollati: una linea di fila di materassi per terra, un mazzo di coperte, un refettorio, ed è lì che stanno andando tutti. I vecchietti che sfilano sul lungomare (e che in altre circostanze, visti da lontano, avresti scambiato per pensionati di un dopolavoro in gita al mare) sono uno dei beffardi paradossi di questa guerra. I bambini di Cana morti, schiacciati dalle macerie, soffocati dalla terra. Loro, invece, sono vivi, e chissà che una parte della pena che hanno dipinta sul volto non derivi dal modo strano, un po' freddo, con cui li guardano i giovani e i padri di famiglia che marciano accanto a loro.
I vecchi, una ventina, sono usciti dalle catacombe di Bint Jbeil, roccaforte degli Hezbollah spianata senza pietà dall'artiglieria israeliana. Nessuno, fino all'altro ieri, era riuscito a mettere piede in quella che fino a un mese fa era una cittadina di 45mila abitanti. Hussein Hudruj, volontario della Croce Rossa, racconta: «Siamo arrivati con un convoglio lunedì mattina, approfittando della tregua di 48 ore concessa dagli israeliani. E li abbiamo trovati lì, nelle cantine delle case bombardate. Non c'era nessuno, in giro. Non un'anima, come si vede in certi film dell'orrore. Allora abbiamo cominciato a urlare, a dire che la Croce rossa era lì, che avevamo cibo e acqua. Dopo qualche minuto li abbiamo visti. Prima una coppietta, poi un altro, un altro ancora. Mettevano la testa fuori come lumache dopo un temporale...».
Mahdi Hakim, 73 anni, è qui con la moglie Samiha. «Ieri - racconta - è stata la prima volta che abbiamo visto la luce dopo due settimane. Dopo che hanno bombardato la nostra casa ci siamo rifugiati nella cantina di uno stabile di mio fratello. Siamo andati avanti due settimane così, con un sacchetto di caramelle, e delle noci che ci eravamo portati dietro». E gli altri? «Chi non è andato a combattere è partito. Come i nostri figli. In dieci giorni la città si è svuotata. Io e mia moglie, come molti degli altri che ora vede qui, non abbiamo voluto muoverci. Siamo nati a Bint Jbeil, lì era la nostra casa, il nostro mondo. Andare dove, poi? ho detto a mio figlio Hassan. Andate voi. Se devo morire, voglio morire a casa mia...». Li hanno convinti quelli della Croce Rossa. Gli hanno spiegato che c'era una tregua, che alle due di notte fra martedì e mercoledì i bombardamenti aerei sarebbero ripresi, che sarebbero morti come topi. Allora si sono guardati in faccia e si sono decisi.
Bint Jbeil, raccontano, non esiste praticamente più. Quella che dopo il ritiro degli israeliani, nel 2000, era stata ribattezzata «la città della liberazione» è una desolata landa fatta di rovine e di macerie sfarinate. Le strade sono scomparse. Sono sepolte sotto ammassi di muri sbriciolati, di mattoni, di ferri contorti. I soccorritori si sono dovuti far strada a piedi, lasciando i mezzi alla periferia del paese. Per portare in salvo il pugno di vecchietti hanno adoperato quel che c'era in giro: una scala a pioli usata come lettiga, una carriola, una coperta in cui hanno avvolto Fatma, che ha 75 anni e a Bint Jbeil non aveva più nessuno. «Mio figlio a Beirut, mia figlia in Germania. Sono rimasta chiusa in un seminterrato con mio cugino Mohammed, che ha 80 anni ed è cieco».
La grande fuga dal sud si è ormai compiuta. Sidone scoppia. Gli ospedali, gli ospizi, le scuole, la Posta sono pieni di fuggiaschi. Si organizzano convogli diretti a nord, dove gli sciiti in fuga andranno a mescolarsi fra i sunniti e i cristiani maroniti del nord, che di mostrarsi generosi son stanchi, e ora non perdonano a quelli del sud (ma sottovoce, perché si passa per anti patrioti; e poi son loro, quelli del sud, ad avere le armi) di aver trascinato il Paese in ginocchio.
Il Libano aspetta la nuova ventata di bombardamenti col fiato sospeso, guardando ai prossimi giorni con lo stesso sguardo vacuo dei vecchietti di Bint Jbeil. Il nemico avanza. Vuol arrivare al fiume Litani. Ci saranno altri morti «collaterali», altre scuse di Israele. Come quelle offerte da Ehud Olmert al premier Fuad Siniora, che le ha respinte sdegnato. Nega, Siniora, che a Cana ci fosse una base di Hezbollah, e torna a definire quello di Cana «un crimine contro l'umanità».