Nascosto il Caravaggio. Perché Milano si vergogna dei suoi capolavori?

Tanto verde e pochi fiori, niente candele ma fasci di luce, ma soprattutto niente Caravaggio: solo piccole dosi di un quadro, «La Conversione di Saulo», che per una ragione o per un'altra, tutte di infima qualità e di nessuna giustificazione, rischiava di turbare l’atmosfera lunare della tradizionale cena di gala offerta dal Comune di Milano subito dopo la prima serata alla Scala.

A quanto si sa, gli architetti, Roberto Peregalli e Laura Sartori Rimini, hanno ben pensato, e il sindaco di Milano, o almeno i suoi incaricati devono aver assentito, che con le tovaglie color carta da zucchero, i piatti bianchi e neri, ecletticamente mescolati, ma sempre con filini dorati, rigorosamente primo Novecento, il quadro dovesse essere di rigore coperto da una quinta. Candidamente l’architetto Sartori Rimini ha spiegato che «essendo un quadro a soggetto sacro, mangiargli davanti potrebbe turbare qualcuno». Qualcuno chi, tra gli ottocentocinquanta invitati del sindaco nel porticato e nella sala Alessi di Palazzo Marino?

Forse dei non cristiani, ai quali il politically correct, imperante nell’arte e nel cerimoniale dell’Europa decadente e rinunciataria, tutto consente? Impossibile saperlo, perché fino a ieri pomeriggio l’elenco degli invitati era rigorosamente top secret, che manco alla Casa Bianca. Quando si fa una sciocchezza, e quando si fanno dichiarazioni avventate, di solito a tentare di rimediare si fa peggio. Gli architetti hanno infatti precisato subito dopo che il rispetto per i non cristiani non c’entra, in realtà il quadro sarebbe stato visibile agli ospiti prima e dopo la cena, ma non durante, perché «avrebbe distratto dalla degustazione del cibo».

Troppo giusto. Vuoi mettere come ti va di traverso l’ossobuco, come non scende la spuma di foie gras, come non ti consola nemmeno lo zafferano afgano, neanche se il tutto è accompagnato da cuvée Bellavista 2004, quando ti ritrovi davanti le immagini sanguigne del Merisi? Se ti tocca guardare la bava del cavallo, se cogli la sofferenza da epilessia di Saulo, Paolo di Tarso, se ti ritrovi a riflettere sull’ortodossia dell’interpretazione dei Vangeli, la digestione sicuramente si stranisce, la conversazione ne risente, magari finisce in crisi diplomatica. Meglio evitare, meglio coprire, anzi ricoprire, i nostri turbamenti e le nostre vergogne, meglio salvare l’atmosfera lunare e mandare il cervello all’ammasso.

Di fronte a tanta stoltezza, che cosa si può aggiungere? Alla famiglia Odescalchi, proprietaria del quadro, appena restaurato da Valeria Merlini e Daniela Storti, diamo volentieri un consiglio non richiesto. Si riprendano il dipinto, il Comune di Milano non lo merita. Chiunque ritenga di nascondere anche per un secondo la vista e il godimento di un’opera d’arte, chiunque lo consenta, deve essere punito con la pena terribile della privazione. È un dolore, perché questa, incominciata il 17 novembre, è la seconda uscita pubblica de «La Conversione», dopo l’esposizione a Santa Maria del Popolo a Roma. Ma in certi casi non esposta può voler dire protetta dai vandali.